a cura della Redazione
Da Guangzhou, il fondatore di China Insider racconta come si compra davvero dalla Cina e la regola d’oro per eliminare gli intermediari
C’è chi la Cina la osserva da lontano, tra timori e luoghi comuni, e chi ha scelto di viverla ogni giorno, dentro le fabbriche dove nascono i prodotti che poi arrivano sui nostri mercati. Vittorio Torazza, piemontese, 33 anni, appartiene alla seconda categoria: vive a Guangzhou, nel cuore manifatturiero del Paese, e con il suo progetto China Insider si è dato una missione precisa, essere “gli occhi degli italiani in Cina”. Ricerca e verifica dei fornitori, trattative, controlli qualità direttamente in fabbrica: un mestiere costruito sul campo, dopo un percorso che lo ha portato da un’azienda agricola di famiglia a Londra, poi in Spagna, in Australia e a Bali, prima dell’approdo in Cina.
Lo abbiamo intervistato perché sempre più imprenditori italiani guardano al mercato cinese, non come minaccia con prodotti a basso costo ma come opportunità di approvvigionamento e di innovazione. E perché la sua esperienza quotidiana racconta una Cina molto diversa da quella che immaginiamo.
Vittorio, partiamo dalla tua storia. Cosa ti ha spinto a vivere all’estero e come sei arrivato fino in Cina?
“Ho 33 anni e il mio background è un’azienda agricola: sono piemontese, mio padre è apicoltore, sono cresciuto in campagna facendo i mercati da quando avevo tre anni. Sono commerciale nel DNA. Quello che mi ha spinto a viaggiare è stata un’esigenza interiore: sono sempre stato “il figlio di Giorgio”, e volevo capire chi ero io, cosa sapevo fare. Così a 21 anni ho fatto le valigie e sono andato a Londra senza niente, con un inglese praticamente nullo, e ho imparato ad arrangiarmi. Londra mi ha dato le fondamenta più importanti: sono arrivato parlando solo italiano e ne sono uscito parlando inglese e spagnolo. Da lì ho lavorato in Spagna, poi in Australia, sempre partendo da zero. Verso i 27-28 anni mi sono stabilizzato a Tenerife lavorando come commerciale online, poi mi sono trasferito a Bali, dove ho lavorato nel settore immobiliare.”
E la Cina come è arrivata?
“Quasi per caso. A Bali un mio vicino di casa, un modello, mi disse: “io faccio il modello in Cina, vuoi venire a provare?”. Era un momento in cui avevo bisogno di cambiare, ho pensato che provare non mi costava niente. Sono entrato in Cina, ho cominciato a lavorare e, da commerciale quale sono, ho subito visto il business: ho iniziato con il passaparola e con i contatti che avevo, poi ho capito che la soluzione l’avevo nel palmo della mano, comunicare quello che vedevo ogni giorno attraverso i social. Da lì è nato tutto. Oggi lavoro con un motto cinese: 996, dalle 9 del mattino alle 9 di sera, sei giorni a settimana.”
Com’è fatta una tua giornata tipo? Visiti le fabbriche, crei contatti: c’è un settore specifico a cui ti rivolgi?
“Le giornate sono di due tipi. Ci sono quelle al computer, dove si fa ricerca, si chiama, ci si organizza, si parla con i clienti: la parte strategica. E poi ci sono le giornate, anche due intere, dedicate alle visite in fabbrica, magari a Shenzhen, la città dove c’è tutta la parte tecnologica. Quanto ai settori, mi ispiro alla logica dell’oceano blu e dell’oceano rosso: le nicchie affollate, dove c’è gente che lavora da molto più tempo di me, sono oceani rossi. Io prediligo gli oceani blu, dove posso distinguermi: gli schermi led, tutta la tecnologia, l’intelligenza artificiale, che qui viaggiano su una parabola di crescita continua. E poi la longevity, tutto ciò che riguarda il benessere e l’allungamento della vita: è un trend fortissimo.”
Dall’Italia il mondo cinese viene spesso percepito con timore perché arriva a basso prezzo. In realtà, dovrebbe farci più riflettere il fatto che oggi la Cina produca alta qualità e nel tech sia avanti. Molti piccoli imprenditori, però, temono l’ostacolo dei grandi quantitativi minimi di acquisto.
“Dipende dal prodotto. Se si acquista un prodotto di costo più alto, che ne so, da 500-600 euro, il numero minimo di unità scende. I volumi importanti riguardano soprattutto i prodotti di basso costo, dove anche a chi vende conviene lavorare su grandi numeri. Con il contatto diretto giusto, però, molte rigidità si superano.”
Quali passi deve fare un imprenditore che guarda alla Cina per selezionare l’impresa e il prodotto giusto?
“Ti racconto una storia successa la settimana scorsa, che fotografa quello che accade spesso su Alibaba. Un mio cliente è venuto in Cina e cercava le camere iperbariche, sempre per quel discorso della longevity. Il primo giorno l’ho accompagnato io a visitare una fabbrica di cui conosco direttamente il proprietario, persone che frequento agli eventi di settore: è andato tutto benissimo. Il giorno dopo ero impegnato e lui è andato da solo a visitare un’altra fabbrica trovata online. Mi chiama e mi dice: “Vittorio, non sai cosa mi è successo”. Lo avevano portato nella stessa identica fabbrica del giorno prima. Si è presentato un gruppo di persone in uniforme che gliel’ha fatta visitare come se fosse la loro, presentando il vero proprietario, che era presente, come “il traduttore”. Ecco, il vero gioco in Cina è questo: dribblare il middleman, togliere gli intermediari. Conoscere una persona a un evento, di persona, è tutta un’altra cosa che trovarla su Alibaba, dove per ogni prodotto escono duecento immagini uguali.”
E il Made in Italy? Come è visto il prodotto italiano in Cina? C’è un mercato che può crescere nelle esportazioni?
“Secondo me sì, anche se ti dico con onestà che per me oggi è più complesso arrivare a quel tipo di interlocutori: è anche per questo che sto imparando il cinese. A me le lingue hanno aperto le porte del mondo, se non parlassi spagnolo non sarei mai arrivato qui, e la stessa regola varrà per il cinese. L’interesse comunque c’è e c’è una cosa che in Italia pochi capiscono: in Cina esiste una classe media emergente molto forte, gente che ha fatto tanti soldi e ha voglia di spendere. L’immagine dei cinesi che cuciono palloni è lontanissima dalla realtà.”
Capitolo fiere: quali consigli a chi vuole approcciarsi al mercato cinese?
“Ce ne sono tante, ma la più famosa è sicuramente la Canton Fair, qui a Guangzhou. Non dico che sia la migliore sul fronte prezzi, ma per chi si avvicina alla Cina è ottima, perché dà la possibilità di vedere tantissime cose contemporaneamente. È enorme, servono giorni per girarla tutta, ed è divisa in tre fasi: ogni fase dura circa sette-dieci giorni.”
Una domanda fuori dal tuo perimetro, ma inevitabile. In Europa viviamo la battaglia sull’intelligenza artificiale tra il mondo americano e quello cinese, e noi per ora siamo semplici fruitori. Dall’interno, come si vive? Cosa usa il cinese medio?
“In Cina si utilizza DeepSeek, e si utilizza tantissimo. Molti dei nostri strumenti, come Google o WhatsApp, sono bloccati; ci sono le VPN, ma sta diventando sempre più difficile usarle. E ti porto un esempio concreto di quanto l’AI stia già cambiando il lavoro: io in Cina faccio anche il modello. Una volta nel mondo della pubblicità e dell’e-commerce, dove si producono le campagne per i grandi marketplace, con quel lavoro si facevano fortune. Oggi tantissime immagini si creano con l’intelligenza artificiale: gli studi chiudono, le campagne con modelli veri non si fanno quasi più, e in quel settore c’è una grande crisi. È un cambiamento che qui è già realtà.”
Arriviamo ai servizi: chi vuole trovarti, come ti raggiunge e cosa può chiederti?
“Il canale ideale è il link nella biografia del mio profilo Instagram: già lì ci sono alcune domande che aiutano a inquadrare l’esigenza, perché c’è chi parte da zero e chi invece sta già acquistando e ha bisogno di una verifica del fornitore. I servizi alla fine sono quelli: ricerca della fabbrica, verifica del fornitore, controllo qualità. Poi sto lavorando a uno starter kit per chi inizia: i primi step per importare dalla Cina, le cose chiave, i posti da visitare, fino a una lista di prodotti selezionati con fornitori che conosco direttamente. E c’è la parte di accompagnamento: già oggi seguo singolarmente persone che vengono in Cina, gli organizzo il tour delle fabbriche, faccio da intermediario con i cinesi, li aiuto perfino con le istruzioni per uscire dall’aeroporto o chiamare un taxi. Sembrano stupidaggini, ma qui è un altro mondo: le carte non funzionano, si parla solo cinese, la gente arriva disorientata. Parlando di business, poi, è ancora più conveniente far venire più persone insieme: si condivide l’esperienza."
Il dialogo con Vittorio Torazza si inserisce in un percorso di internazionalizzazione che stiamo costruendo passo dopo passo. La Cina, in questo mosaico, è il tassello forse più grande: un mercato che spaventa chi lo guarda da lontano e premia chi lo conosce da vicino. Avere “occhi italiani” dentro le fabbriche di Guangzhou, capaci di distinguere il produttore vero dall’intermediario in uniforme, è oggi un vantaggio competitivo concreto per le nostre PMI. E la partita, come sempre, si gioca lì: su una selezione di fornitori affidabili e sulle persone giuste al posto giusto.
CHI È VITTORIO TORAZZA
Piemontese, 33 anni, cresciuto in un’azienda agricola di famiglia, ha costruito il suo percorso all’estero tra Londra, Spagna, Australia, Tenerife e Bali, prima di stabilirsi a Guangzhou, cuore manifatturiero della Cina. Con il progetto China Insider è “gli occhi degli italiani in Cina”: affianca imprenditori e PMI nell’approvvigionamento diretto dalle fabbriche cinesi, con focus sulle nicchie tecnologiche (schermi led, AI, longevity).
Per contattare Vittorio Torazza:
Instagram @vik_torazza
Sito web chinainsider.it.com



