a cura della Redazione
In un tempo in cui l’internazionalizzazione viene spesso evocata come leva strategica, ma altrettanto spesso affrontata con superficialità, c’è chi ha scelto di percorrerla con metodo, pazienza e consapevolezza. Rim Messaadi, export manager con oltre quindici anni di esperienza nei mercati internazionali, non racconta l’export come una scorciatoia per vendere di più, ma come un processo identitario, culturale e relazionale. Con radici in Nord Africa e una vita professionale sviluppata tra Europa, Medio Oriente e Africa, Messaadi ha fatto della sua biografia uno strumento di lavoro. In questa intervista ci accompagna in un racconto che è insieme visione e pratica quotidiana, fatto di territori, relazioni e scelte operative che molte imprese italiane dovrebbero considerare attentamente.
Lei ha vissuto e lavorato in contesti culturali molto diversi. In che modo questa esperienza personale l’ha aiutata a fungere da ponte naturale tra aree geografiche distanti?
“È stato un processo quasi naturale. Il mio background mi ha portato a muovermi tra lingue, codici culturali e modi di fare molto diversi. Ho imparato a tradurre mentalità prima ancora che parole. Questo mi permette di aiutare le imprese italiane a entrare in contatto con mercati lontani senza commettere errori culturali o strategici. Essere quel ponte tra due mondi è una responsabilità che mi prendo ogni giorno, adattando il linguaggio e l’approccio all’interlocutore, senza mai perdere di vista gli obiettivi dell’azienda.”
Molte imprese guardano ai mercati esteri con interesse ma anche con timore. Qual è l’approccio corretto per affacciarsi all’export in modo graduale e consapevole?
“L’export non si improvvisa. Prima si osserva e si studia: mercato, domanda, normative, logistica. Poi si parte con un progetto pilota, piccolo ma concreto, così da imparare sul campo e calibrare le scelte. L’errore più frequente è tentare di espandersi su più mercati senza struttura interna. Serve tempo, risorse, competenze. E serve accettare l’idea che il percorso sarà lungo ma sostenibile, se affrontato con metodo.”
In un’epoca di comunicazioni digitali e videoconferenze, ritiene utile la presenza fisica e continuativa nei mercati esteri?
“È più che utile, è decisiva. In molti contesti, soprattutto arabi e asiatici, la fiducia non nasce in una call. Nasce da una stretta di mano, da una visita, da una presenza costante. Chi è presente capisce meglio le sfumature, reagisce prima ai problemi, intercetta opportunità che da remoto nemmeno si vedono. La presenza comunica impegno e crea continuità, che è l’unico modo per costruire relazioni solide.”
Lei ha accennato al ruolo strategico di un Paese del Nord Africa come base per espandersi nel resto del continente. Quali vantaggi offre questa scelta dal punto di vista logistico e fiscale?
“La Tunisia, ad esempio, ha una posizione ideale per servire sia l’Europa sia l’Africa subsahariana. Offre zone franche con fiscalità molto agevolata, infrastrutture moderne e una burocrazia più snella per chi vuole produrre o esportare. In più, grazie agli accordi commerciali regionali, è possibile accedere a numerosi mercati africani con dazi ridotti. È un Paese ponte, perfetto per chi vuole fare un passo verso l’Africa ma senza perdere il contatto con l’Europa.”
Negli ultimi anni il settore agroalimentare ha visto crescere l’interesse dei mercati esteri verso i prodotti del nostro Paese. Quanto è importante, in questo ambito, la partecipazione alle fiere internazionali?
“Fondamentale. Le fiere sono l’occasione per raccontare il prodotto e la sua storia, ma anche per capire il mercato e la concorrenza. Chi partecipa a una fiera deve arrivare preparato, con materiali chiari, una proposta commerciale solida e la capacità di seguire i contatti. La fiera è l’inizio, non la fine: serve per aprire porte, ma il lavoro vero arriva dopo, quando bisogna costruire fiducia e trattative.”
Istituzioni come ICE, SIMEST, Ministeri, Camere di Commercio mettono a disposizione strumenti per supportare l’export. Quanto è utile questo supporto?
“È un supporto prezioso, soprattutto per le PMI. Bandi, missioni, attività formative possono facilitare l’ingresso nei mercati esteri. Ma non bastano. Il motore deve essere l’impresa: la voglia di esserci, di imparare, di adattarsi. I contributi aiutano a partire, ma non sostituiscono la visione e l’impegno quotidiano. L'internazionalizzazione richiede investimento continuo, anche quando l’incentivo finisce.”
Che ruolo riveste oggi l’internazionalizzazione per le PMI del nostro Paese e quale messaggio si sentirebbe di dare a un imprenditore indeciso se affrontare questa sfida?
“Non è più un’opzione: è una necessità. Il mercato interno è limitato e spesso saturo. L’estero apre opportunità, ma anche obbliga a migliorarsi: si cresce in visione, in qualità, in organizzazione. Il mio consiglio? Prepararsi bene e poi partire, anche in piccolo. Iniziare da un Paese vicino o affine. E non avere paura di chiedere supporto a chi ha già esperienza. L’export non è una corsa veloce, ma un percorso. Chi lo affronta con metodo ne esce più solido, più competitivo, più aperto.”
In un’epoca in cui si parla tanto di globalizzazione e digitalizzazione, questa intervista ci riporta all’essenziale: esportare significa costruire relazioni, comprendere i territori, abitare le differenze. L’esperienza di Rim Messaadi dimostra che l’internazionalizzazione non è una scorciatoia per vendere di più, ma una scelta consapevole che richiede preparazione, umiltà e coerenza. Per le PMI italiane, spesso eccellenti ma timorose del salto verso l’estero, il messaggio è chiaro: non serve rincorrere tutto, ma scegliere bene, presidiare con costanza e investire nelle persone giuste. Perché l’export, quando è fatto bene, non è solo una leva commerciale: è una forma di crescita culturale. Un modo per rimanere fedeli a sé stessi, aprendosi al mondo.



