a cura di Michele Montefusco
Nel panorama sempre più affollato dei racconti sul Made in Italy, esistono storie che nascono lontano dai riflettori e trovano la loro forza nella memoria familiare. È il caso di Maria Antonietta Pandiscia, autrice del blog social “Le ricette delle nonne” e del libro I Profumi della Tradizione, un progetto nato durante la pandemia con l’obiettivo di custodire e condividere le ricette e i gesti tramandati dalle generazioni precedenti. Attraverso piatti semplici, legati alla cultura irpina e alla cucina domestica italiana, Pandiscia racconta non solo il valore del cibo, ma anche quello delle radici, della famiglia e della tradizione come patrimonio identitario. In questa intervista ripercorriamo il suo percorso e il significato di una cucina che diventa memoria, racconto e cultura.
Quando hai capito che raccontare la tradizione culinaria italiana era, prima di tutto, un modo per raccontare te stessa e le tue radici?
“L’ho capito nel momento in cui il profumo della farina e la consistenza della pasta fresca tra le mani hanno smesso di essere una semplice gestualità, ma una vera e propria connessione con la mia famiglia. Tutto è nato durante la pandemia, in quel periodo di isolamento, ho avuto modo di riflettere e capire l’importanza dei veri valori della vita. La ricchezza di poter trascorrere del tempo con le persone più care. In quel periodo, ho aperto con la mia famiglia il blog “Le ricette delle nonne” su Instagram, ed è stato un modo per immortalare il tempo e custodire quella saggezza culinaria in un “baule dei ricordi”. Ho compreso che, scrivendo di quei piatti semplici e autentici confluiti poi nel libro “I Profumi della Tradizione”, stavo in realtà scrivendo la mia stessa storia: quella di una ragazza che trova nella cucina la propria bussola identitaria e un rifugio sicuro contro un mondo in cui le tendenze cambiano troppo velocemente.”
Attraverso “Le ricette delle nonne” racconti una cucina fatta di gesti, memoria e territorio. In che modo, secondo te, la tradizione culinaria contribuisce a definire l’identità italiana nel mondo?
“L’identità italiana non è fatta solo di grandi monumenti, ma di riti quotidiani e di un “DNA emotivo” che ci rende riconoscibili ovunque. La nostra cucina è un linguaggio universale perché si basa su valori condivisi come la famiglia, il rispetto per la terra e la lentezza della preparazione. Nel mondo, l’Italia è riconosciuta per questa capacità unica di trasformare ingredienti poveri in eccellenza attraverso gesti tramandati per generazioni. Ogni piatto racconta un territorio specifico, ma parla al cuore di chiunque cerchi autenticità e calore domestico. È una forma d’arte che supera il tempo e che definisce chi siamo attraverso la cura che mettiamo nel nutrire non solo il corpo, ma anche l’anima.”
Il tuo lavoro principale è un altro, eppure riesci a costruire un progetto così seguito e riconoscibile. Cosa ti ha insegnato questa esperienza sul valore della passione rispetto alla professionalizzazione forzata?
“Questa esperienza mi ha insegnato che la passione è il motore più potente che ci sia. Non aver intrapreso un percorso “professionale” nel food mi ha permesso di mantenere uno sguardo puro, non artefatto, genuino. Spesso la professionalizzazione forzata rischia di omologare i contenuti; la passione autentica, invece, arriva alle persone in modo diretto perché non stai vendendo un servizio, ma stai condividendo un pezzo vero. La competenza tecnica si può acquisire, ma il cuore e la passione creano il vero legame con chi ti segue.”
Spesso il Made in Italy viene associato all’eccellenza “alta”. Tu invece racconti un Made in Italy quotidiano, domestico, familiare. Pensi che sia proprio questa dimensione a renderlo più credibile e universale?
“Assolutamente sì. Se l’eccellenza “alta” stupisce, è la dimensione familiare che accoglie e rassicura. Il Made in Italy è quello che nasce nelle cucine delle nostre nonne, quelle che hanno quel profumo inconfondibile che le rende uniche, quelle in cui la gioia e il tempo trascorrono lentamente, quelle in cui cucinare è un vero atto d’amore. Penso sia proprio questa dimensione a rendere il Made in Italy universale: il legame che ognuno di noi ha di un sapore che ricorda la propria infanzia.”
Se dovessi lasciare un messaggio a chi oggi custodisce una passione legata alla tradizione italiana ma non osa raccontarla perché “non è il suo mestiere”, cosa diresti?
“Direi che la tradizione non è una proprietà esclusiva degli esperti, ma appartiene a chiunque la ami e si impegni a custodirla. Non lasciatevi frenare dalla paura di “non essere del mestiere o di non essere in grado”. Io stessa non nasco come chef: sono prima di tutto una ragazza profondamente innamorata della propria terra e delle proprie radici. È stato proprio questo amore a spingermi a voler dare valore a ciò che faccio, continuando a studiare in Marketing per il Made in Italy per approfondire le mie competenze nel settore. Spesso mi chiedono come io riesca a conciliare tutto: il lavoro, lo studio, la famiglia e la cucina. La mia risposta è semplice: la passione è una forza motrice inarrestabile, capace di superare qualsiasi limite. Quando qualcosa ti fa battere il cuore, il tempo per farlo non si cerca: si crea.”



