di Marco Bourelly
Quando oggi si parla di “Piano Mattei”, si fa riferimento alla strategia dell’Italia per ristabilire un ruolo centrale nel Mediterraneo e in Africa, soprattutto nel campo dell’energia e dello sviluppo. Ma per comprendere davvero la portata di questo nome, bisogna tornare indietro, nella storia del dopoguerra, a una figura che ha segnato profondamente la politica energetica italiana: Enrico Mattei.
Enrico Mattei fu un imprenditore, partigiano, uomo delle istituzioni e soprattutto il grande artefice della trasformazione dell’AGIP (Azienda Generale Italiana Petroli) in ENI, l’Ente Nazionale Idrocarburi. Quando nel 1945 gli viene affidato l’incarico di liquidare l’AGIP — considerata un carrozzone inutile — Mattei decide invece di rilanciarla. In pochi anni la trasforma da una società che valeva appena 50 milioni di lire a un colosso energetico con un fatturato di 1,2 miliardi di lire.
La sua visione era chiara: l’Italia non doveva dipendere totalmente dalle multinazionali anglo-americane, ma doveva essere in grado di camminare con le proprie gambe, puntando su risorse nazionali, come il metano della Pianura Padana, e su accordi paritari con i Paesi produttori.
Uno degli aspetti più rivoluzionari dell’azione di Mattei fu il suo rapporto con i Paesi in via di sviluppo, in particolare l’Africa. Contrariamente all’approccio coloniale delle grandi compagnie petrolifere occidentali, Mattei propose un modello diverso, basato su accordi equi, cooperazione economica e rispetto della sovranità.
Emblematico è il suo sostegno alla rivoluzione algerina. Negli anni Cinquanta Mattei avvia trattative dirette con il Fronte di Liberazione Nazionale algerino, in piena guerra contro il colonialismo francese. La Francia lo accusa apertamente di finanziare i ribelli. Per Mattei, però, è una questione di principio: l’Italia doveva essere amica dei popoli emergenti e non complice delle potenze coloniali.
Mattei si pone come avversario delle grandi compagnie petrolifere occidentali — le cosiddette “Sette Sorelle” — che dominavano il mercato globale. Invece di accettare i contratti capestro del 10-90, in cui solo il 10% dei proventi andava ai Paesi produttori, Mattei propone un modello 50-50, con possibilità di reinvestimento locale. Una rivoluzione che mette in crisi l’intero sistema energetico internazionale.
Il 27 ottobre 1962 Mattei muore in un sospetto incidente aereo nei pressi di Bascapè, in Lombardia. Fin da subito si parlò di sabotaggio. Anni dopo, inchieste e testimonianze convergeranno sul fatto che si trattò di un attentato, con la complicità — o quantomeno la copertura — di poteri internazionali e criminali. Troppo scomodo, troppo indipendente.
Il “nuovo Piano Mattei”, rilanciato dal governo italiano negli ultimi anni, si propone di rafforzare la cooperazione con l’Africa, offrendo investimenti, formazione e progetti energetici in cambio di partenariati privilegiati. Un’impostazione che richiama, almeno nelle intenzioni, la visione originaria di Enrico Mattei.
Mattei non è stato solo un manager capace. È stato un visionario che ha saputo immaginare un’Italia indipendente, moderna e protagonista sulla scena mondiale, senza servilismi né colonialismi. Parlare oggi di un “Piano Mattei” significa confrontarsi con quella eredità. E la sfida è alta: non tradire il significato di quel nome, ma renderlo vivo nel presente.



