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Papà, perchè il banco è mezzo vuoto?

2026-11-03 10:47

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Papà, perchè il banco è mezzo vuoto?

di Pietro Vivone & Filippo

di Pietro Vivone & Filippo

 

 

Sabato pomeriggio, in piazza c’è una salumeria dove andiamo da quando Filippo era piccolo: tre metri di bancone, l’affettatrice rossa, il profumo di provolone che ti prende già sulla porta. Il salumiere ci saluta per nome e a Filippo allunga sempre una fetta di mortadella, «per assaggiare».

Stavolta però nel bancone ci sono dei buchi. Niente mozzarella, due ricotte in croce, il ripiano del latte vuoto, sulla cassa un foglio scritto a penna: «Oggi la merce non è arrivata. Scusateci».

Filippo, con la fetta di mortadella ancora in mano, mi tira la giacca: «Papà, perché il banco è mezzo vuoto?»

Ha risposto il salumiere prima di me, asciugandosi le mani sul grembiule e dicendo «la merce non arriva perché il furgone del caseificio è rimasto senza gasolio, e i camion del grossista sono fermi da giorni.» Poi, rivolto a me: «E hanno pure ragione, dottore. Il gasolio costa un’esagerazione, lo pago anch’io per il furgoncino, ma la mozzarella non aspetta, quella che non vendono oggi, domani la buttano.»

Uscendo ho provato a spiegare meglio a Filippo che da metà ottobre migliaia di autotrasportatori da Sud al Nord hanno spento i motori: prima in Sicilia, poi in Campania, Calabria, Puglia, Basilicata, Abruzzo e poi in tutta Italia. Protestano perché il gasolio costa troppo, un camion che lavora in perdita, dicono, brucia dai 700 ai 900 euro al giorno.

Molti di quei camionisti non sono grandi aziende: sono padroncini, piccole imprese, partite IVA, esattamente come il nostro salumiere. Gente che si alza alle tre di notte e vede sparire il guadagno a ogni pieno. Sono imprenditori come quelli che io rappresento ogni giorno.

Il guaio è che, quando si ferma chi trasporta le cose, si ferma tutto il resto, in bottega non arriva la merce, i vivaisti campani rischiano di mandare al macero i fiori di Ognissanti, le mense scolastiche vanno in difficoltà, alcune università tornano alle lezioni a distanza, in diversi Comuni la raccolta dei rifiuti va a singhiozzo.

Filippo ci ha pensato un po’, poi ha trovato la sua immagine: «È come quando a calcio uno si arrabbia con l’arbitro e si porta via il pallone. Magari ha ragione lui, ma intanto non gioca più nessuno.» E poi c’è chi in questi giorni ha approfittato del caos per fare violenza e rubare nei negozi. Su questo sono stato chiaro: «Chi spacca una vetrina non sta protestando, Filippo. Sta facendo del male a un commerciante come quello da cui siamo appena usciti.»

Stare dalla parte di autotrasportatori, agricoltori e pescatori schiacciati dal costo dell’energia, senza mai giustificare chi è violento. È fondamentale chiedere al Governo di smettere di rincorrere, il caro carburanti non è un’emergenza di stagione, è un costo strutturale che pesa ogni giorno su chi lavora, dal camionista al salumiere. Va affrontato prima che la rabbia scenda in strada, non dopo. Prima di andare via, il salumiere ci ha incartato quel poco che aveva: un etto di prosciutto, il provolone, una fetta di mortadella in più «per il giovanotto». Filippo l’ha salutato e poi, fuori dalla porta, ha chiuso il discorso a modo suo: «Quindi bisogna ascoltare chi si arrabbia, ma non lasciare che rompa tutto?» Ascoltare e non arrivare a far prevalere l’esasperazione è sicuramente meglio, ma per quello che succede sarebbe troppo comodo dare tutta la colpa alla politica. Una parte ce l’hanno anche i corpi intermedi. Quando si salta la rappresentanza, accendendo la rabbia con un vocale o un post, portando in piazza tutti, spesso senza che sappiano per cosa manifestano non si fa un buon servizio al paese. In questo modo una ragione giusta finisce per danneggiare proprio chi si dice di voler difendere.