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SCENARI INTERNAZIONALI: Namibia: il genocidio dimenticato degli Herero e dei Nama

2026-11-03 11:46

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SCENARI INTERNAZIONALI: Namibia: il genocidio dimenticato degli Herero e dei Nama

di Marco Bourelly

di Marco Bourelly

 

 

Introduzione

Ci sono pagine della storia che tutti conoscono e altre che, nonostante la loro enormità, sono rimaste per decenni ai margini della memoria collettiva. Il genocidio degli Herero e dei Nama, perpetrato dall’Impero tedesco nell’attuale Namibia agli inizi del Novecento, appartiene a questa seconda categoria.

È una vicenda che merita di essere raccontata non soltanto per la sua gravità storica, ma anche perché la memoria di quelle violenze continua a vivere nei discendenti delle vittime. Un incontro avvenuto durante uno dei miei viaggi in Africa mi ha fatto comprendere quanto sia importante far conoscere questa storia.

La Namibia sotto il dominio tedesco

Alla fine dell’Ottocento l’Africa era al centro della competizione coloniale tra le grandi potenze europee. La Germania, arrivata relativamente tardi nella corsa agli imperi coloniali, nel 1884 stabilì il proprio dominio su un vasto territorio dell’Africa sud-occidentale corrispondente in gran parte all’attuale Namibia. Nacque così l’Africa Tedesca del Sud-Ovest.

Come in molte altre realtà coloniali, l’arrivo degli europei provocò trasformazioni profonde e traumatiche. Le popolazioni locali persero progressivamente terre, bestiame e autonomia. I coloni tedeschi occuparono territori sempre più vasti e imposero un sistema economico e sociale fondato su una netta gerarchia razziale.

Tra le popolazioni maggiormente colpite vi erano gli Herero, tradizionalmente legati all’allevamento e quindi particolarmente dipendenti dalla disponibilità di terra e bestiame. La progressiva perdita delle loro risorse, l’indebitamento e gli abusi del sistema coloniale alimentarono una tensione destinata infine a esplodere.

La rivolta degli Herero

Nel gennaio del 1904 gli Herero, guidati da Samuel Maharero, si ribellarono contro il dominio coloniale tedesco. La Germania reagì inviando rinforzi e affidando il comando delle operazioni al generale Lothar von Trotha, un militare convinto che la ribellione dovesse essere repressa con estrema durezza.

Il momento decisivo arrivò nell’agosto del 1904 con la battaglia di Waterberg. Le forze tedesche sconfissero gli Herero e molti dei sopravvissuti, comprese donne e bambini, furono costretti a fuggire verso il deserto di Omaheke. Fu una fuga disperata. Senza acqua e senza viveri, migliaia di persone morirono di sete, fame e stenti.

Von Trotha emanò un ordine di sterminio contro gli Herero. Non si trattava più semplicemente di sconfiggere una rivolta: la repressione assumeva la dimensione della distruzione di un’intera comunità.

Anche i Nama si ribellano

La violenza coloniale non colpì soltanto gli Herero. Anche i Nama insorsero contro i tedeschi. Guidati da personalità come Hendrik Witbooi e da altri capi della resistenza, opposero per anni una dura guerriglia alle forze coloniali. La risposta tedesca fu ancora una volta spietata. Alla repressione militare si aggiunsero deportazioni, confisca delle terre, lavori forzati e internamento dei sopravvissuti.

I campi di concentramento

Una delle pagine più terribili della vicenda riguarda i campi nei quali furono rinchiusi numerosi Herero e Nama. Tra questi è rimasto tristemente famoso quello di Shark Island, nei pressi di Lüderitz, sulla costa atlantica.

Le condizioni erano terribili. I prigionieri erano sottoposti a lavori forzati, soffrivano la fame, le malattie e l’esposizione a condizioni climatiche durissime. La mortalità fu elevatissima.

Alla violenza fisica si aggiunse un altro aspetto inquietante, legato alle teorie razziali diffuse in Europa in quell’epoca. Resti umani di africani furono inviati in Germania e utilizzati per ricerche antropologiche e pseudoscientifiche volte anche a sostenere teorie sulla presunta superiorità razziale europea.

Un popolo decimato

Non conosceremo probabilmente mai il numero esatto delle vittime. Le stime storiche parlano comunque di decine di migliaia di Herero uccisi e di migliaia di vittime tra i Nama. Una parte enorme della popolazione Herero esistente prima della guerra scomparve nel giro di pochi anni.

Le persone morirono nei combattimenti, nel deserto, nei campi, per fame, sete, malattie e lavoro forzato. Ma un genocidio non si misura soltanto attraverso il numero dei morti. Gli Herero e i Nama furono privati delle loro terre, del bestiame e di una parte fondamentale della loro struttura economica e sociale. Le conseguenze di quella distruzione attraversarono le generazioni.

Per queste ragioni il massacro degli Herero e dei Nama viene considerato uno dei primi genocidi del XX secolo.

La Germania e il riconoscimento delle proprie responsabilità

Per moltissimo tempo questa storia è rimasta relativamente poco conosciuta fuori dalla Namibia. Gradualmente, però, qualcosa è cambiato.

Nel 2021 Germania e Namibia hanno siglato una dichiarazione congiunta sul modo di affrontare i crimini coloniali tedeschi. La Germania riconosce la propria responsabilità per le atrocità commesse contro Herero e Nama e considera quei crimini un genocidio. Il percorso politico e diplomatico, tuttavia, resta oggetto di discussione, anche riguardo alla partecipazione delle comunità discendenti dalle vittime e alla questione delle riparazioni.

L’incontro ad Abidjan che non ho dimenticato

Durante i miei lunghi viaggi in Africa ebbi l’opportunità di partecipare a un vertice africano che si tenne ad Abidjan, in Costa d’Avorio.

Fu in quella circostanza che incontrai un ex ambasciatore della Namibia. Parlando con lui scoprii che discendeva proprio dagli Herero. Ricordo ancora quella conversazione.

Ascoltare quella storia dalla voce di una persona che apparteneva a una famiglia e a un popolo che ne portavano direttamente la memoria aveva un significato completamente diverso. E soprattutto mi colpì la sua mitezza.

Parlava del genocidio subito dal suo popolo senza aggressività. Non c’era nelle sue parole un desiderio di vendetta. C’era qualcosa di diverso e, forse proprio per questo, ancora più potente: il desiderio che quella storia fosse conosciuta. Mi spiegò che per loro era fondamentale che il mondo sapesse ciò che era accaduto agli Herero e ai Nama. Per questo ne parlava ogni volta che ne aveva l’occasione. Non chiedeva all’interlocutore di condividere un sentimento di rancore. Chiedeva semplicemente di conoscere. Mi colpì profondamente questa posizione, perché conteneva una grande lezione sul significato della memoria.

Il diritto di essere ricordati

Esiste infatti una seconda morte delle vittime delle grandi tragedie della storia: quella che arriva quando nessuno ricorda più ciò che è accaduto.

Il genocidio degli Herero e dei Nama ci obbliga inoltre a guardare alla storia europea da una prospettiva che troppo spesso abbiamo trascurato. Il colonialismo non fu soltanto esplorazione, commercio, costruzione di infrastrutture o competizione tra potenze. Fu anche conquista, espropriazione, imposizione di gerarchie razziali e, in alcuni casi, violenza portata fino al tentativo di distruzione di intere comunità.

Riconoscere tutto questo non significa attribuire alle generazioni contemporanee colpe personali per ciò che fecero quelle precedenti. Significa assumersi una responsabilità diversa: quella della conoscenza.

Oggi la Namibia è uno Stato indipendente e la Germania è una democrazia profondamente diversa dall’Impero che condusse quella guerra coloniale. Ma proprio perché il tempo è trascorso, la memoria diventa ancora più importante.

Gli Stati possono negoziare accordi. Gli storici possono discutere documenti e cifre. I governi possono pronunciarsi sul riconoscimento e sulle riparazioni. Ma esiste una dimensione più semplice e profondamente umana che precede tutte le altre: ascoltare la storia di chi quella tragedia l’ha ereditata.

È ciò che compresi ascoltando quell’ex ambasciatore namibiano ad Abidjan. Non ricordo nelle sue parole odio verso la Germania o verso i tedeschi. Ricordo invece la determinazione tranquilla di un uomo che continuava a raccontare perché non voleva che il suo popolo fosse dimenticato.

Forse è proprio questo il motivo più importante per tornare oggi sul genocidio degli Herero e dei Nama. Perché alcune tragedie non chiedono soltanto giustizia. Chiedono innanzitutto di essere conosciute, raccontate e ricordate.