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Marocco, l’occasione che stiamo perdendo. Al Senato, due italiani in Marocco ci hanno detto cose scomode. Er

2026-04-13 16:58

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Marocco, l’occasione che stiamo perdendo. Al Senato, due italiani in Marocco ci hanno detto cose scomode. Era ora che qualcuno le dicesse

Di Pietro Vivone, Direttore Editoriale

Di Pietro Vivone, Direttore Editoriale

 

C’è un modo per perdere tempo e soldi in Marocco: arrivare convinti di sapere già tutto. Qualche settimana fa, seduto in una sala del Senato della Repubblica, ho ascoltato due italiani che in quel paese ci vivono e ci lavorano da dieci anni. Quello che hanno detto non era diplomatico ma era vero.

 

L’evento lo aveva organizzato il Senatore Francesco Giacobbe, eletto nella circoscrizione Estero, australiano di adozione da oltre quarant’anni e persona che conosce cosa vuol dire fare sistema-Italia fuori dai confini nazionali. Non un convegno di facciata: una mattinata concreta, con due protagonisti che hanno una storia da raccontare.

 

La dottoressa Nunzia Cocozza, napoletana poi trasferitasi al Nord e infine in Marocco: imprenditrice, titolare di un albergo a Marrakech finanziato dallo Stato marocchino, professoressa all’Università Hassan II e OFPPT, esperta in diplomazia economica e interlocutrice di ministri e del governo di Rabat. L’ingegnere Mohamed El Koraychi: di origini per metà marocchino e per metà vietnamite, cresciuto in Italia, ingegnere specializzato in costruzioni alternative, tornato in Marocco portando nel bagaglio quella cultura del lavoro industriale che l’Italia ha saputo trasmettergli. Due percorsi diversi, una sola tesi: il Marocco si conquista con la pazienza, non con la fretta.

 

Ero presente, ho ascoltato con attenzione e sono uscito da quella sala con una certezza: non possiamo continuare a raccontarci che l’internazionalizzazione delle nostre PMI è una priorità, e poi mandarle allo sbaraglio senza strumenti, senza cultura, senza referenti.

 

Nunzia Cocozza lo ha detto sorridendo, ma la frase è forte: “Ogni volta che parlo con imprenditori italiani mi dicono: sì sì, ho già investito in Tunisia, in Algeria, conosco il Nordafrica. Il Nordafrica ha tanti territori ma sono tutti diversi l’uno dall’altro”.

 

Il Marocco è un regno. Guidato da Mohammed VI, sovrano che in vent’anni ha trasformato il paese con una visione strategica precisa: infrastrutture, investimenti esteri, formazione, energie rinnovabili, agroindustria, digitalizzazione. Non è un mercato di frontiera ma un partner che sta scegliendo con chi stare e non sempre sceglie noi.

 

L’ingegnere El Koraychi ha fatto un’osservazione che vale un’intera campagna di comunicazione istituzionale: a Gitex in Marocco, uno dei più grandi eventi tech del continente, dopo il grande avvenimento si parlava soprattutto della Francia e del Belgio. Perché? Perché loro ci sono da più tempo. Noi no. E nel frattempo ci consoliamo dicendo che il Made in Italy è bello.

 

Il Made in Italy è bello. Ma da solo non apre un mercato

 

Tutto ciò che ho sentito in quella sala, dall’apertura del Senatore Giacobbe fino all’ultima domanda del pubblico, ruotava attorno a un concetto solo: la fiducia. Non come valore astratto, come infrastruttura reale, precondizione di qualsiasi investimento che voglia durare.

 

Nunzia Cocozza ha ottenuto finanziamenti pubblici marocchini per costruire il suo albergo. A uno straniero, dallo Stato di un paese straniero. Non è un dettaglio: è la misura di dieci anni di lavoro, di lingua imparata, di cultura rispettata, di rapporti costruiti uno per uno. “Non importa quale italiano c’è” ha detto, “l’importante è che l’Italia sia presente”. Noi eravamo gli unici italiani invitati a una firma del Ministero degli Interni marocchino. Noi, non un’ambasciata, non un ente pubblico.

 

Il Senatore Giacobbe ha chiuso con la sua tesi di dottorato sulle joint venture internazionali, e con una domanda di ricerca che aveva trovato risposta chiara nei dati: qual è il fattore più importante per il successo di una joint venture? Non il profitto atteso, ne le garanzie contrattuali ma la fiducia tra i manager. E il manager di una di quelle joint venture gli aveva detto: “il giorno in cui apriamo il contratto per capire cosa dobbiamo fare è l’inizio della fine”.

 

Ha chiuso la dottoressa Cocozza, con una frase di Hassan II, padre dell’attuale re: “non vince chi è più rapido o chi è più forte, ma vince chi resiste”. Non era retorica ma il manuale d’uso per fare impresa in Marocco.

 

Arrivo al punto. Da Presidente di FedAPI, che rappresenta artigiani e piccoli imprenditori in tutta Italia, prendo quello che ho sentito al Senato e lo traduco in termini pratici.

 

Un referente locale non è un optional. In Marocco esistono i CRI - Centri Regionali di Investimento, pensati per le PMI straniere. Esistono istituti come l’AMDIE per operazioni di maggiore entità. Ma nessuna struttura sostituisce un interlocutore che conosca il territorio, le persone, i tempi. Chi pensa di farcela con la sola camera di commercio e qualche fiera si sbaglia.

 

Le regole sui terreni sono complesse e ignorarle costa. In Marocco ogni tipo di terra ha la sua normativa. Esistono percorsi per costruire anche dove sembrava impossibile, ma si percorrono con chi li conosce, non a tentoni.

 

La domanda giusta non è “cosa vendo?” ma “cosa serve?” Il Marocco ha una visione di sviluppo precisa, il re parla di “un Marocco a una sola velocità”, con l’obiettivo di equiparare zone urbane e rurali. Chi riesce ad allinearsi a quella visione, entra, chi vuole solo imporre la propria, torna a casa presto.

 

La joint venture non è una scelta, è il modello. Il Senatore Giacobbe l’ha chiamato “paradigma dell’export dei processi di business”. Lo traduco: non andiamo a vendere, andiamo a costruire insieme. L’Italia ha la precisione manifatturiera, l’ingegneria, il design. Il Marocco ha le materie prime, il mercato, la posizione strategica tra Africa ed Europa. Perché non unire le due cose?

 

Nunzia Cocozza e Mohamed El Koraychi hanno fatto per l’Italia più di molti uffici preposti a farlo. Lo hanno fatto senza aspettare che qualcuno li mandasse, senza aspettare fondi pubblici italiani, senza aspettare il via libera di un’istituzione.

 

 

Il Marocco non aspetta nessuno.

Aspetta chi è disposto a restare.