di Chiara Capriglione
Passeggiando per le strade dello Sri Lanka, mi sono trovata di fronte alla pratica diffusa della combustione dei rifiuti all’aperto. Un’esperienza che si inserisce nel contesto di un paese dalla straordinaria ricchezza culturale, dalla forte coesione comunitaria e da una profonda relazione con il territorio. Questa osservazione diretta, unita a un’analisi più approfondita, ha evidenziato come quanto osservato non rappresenti un fenomeno isolato, ma una questione di portata globale che interessa numerose comunità in Asia, Africa e America Latina.
Per milioni di persone nei paesi a basso e medio reddito, la combustione dei rifiuti all’aperto costituisce una pratica quotidiana, dettata dalla necessità più che dalla scelta.
Nei contesti economicamente più sviluppati, la gestione dei rifiuti si basa su sistemi regolamentati di raccolta differenziata, discariche controllate e inceneritori autorizzati. In molte altre aree del mondo, tuttavia, il ricorso al fuoco rappresenta la soluzione più immediata. Una pratica apparentemente pragmatica che cela conseguenze ambientali e sanitarie gravi e diffuse, tangibili nell’aria che respiriamo e negli effetti sulla salute delle comunità coinvolte.
Determinanti socio-economiche e sfide infrastrutturali
Paesi come Sri Lanka, India, Filippine, Indonesia, Nigeria e Brasile convivono con questa pratica soprattutto in baraccopoli urbane, insediamenti informali e aree rurali isolate. Le ragioni sono principalmente economiche e infrastrutturali. Raccogliere, trasportare e smaltire i rifiuti in modo sicuro è costoso e molti comuni non dispongono delle risorse necessarie. Le discariche sono spesso lontane, sovraffollate o semplicemente inesistenti. In contesti dove lo spazio è limitato, bruciare i rifiuti riduce rapidamente il loro volume, anche del 70–90%. Per chi vive in condizioni di estrema precarietà, il fuoco diventa una risposta immediata a un problema quotidiano. In molti casi non si tratta di una scelta consapevole, ma di una questione di sopravvivenza.
Conseguenze ambientali e sanitarie
Quella che sembra una soluzione pratica ha conseguenze gravi. Studi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e di riviste scientifiche come Nature Communications mostrano che la combustione dei rifiuti rilascia particolato fine e monossido di carbonio, sostanze che danneggiano polmoni e sistema cardiovascolare. Secondo alcune stime, in Sri Lanka oltre 7.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani vengono prodotte ogni giorno, di cui una parte significativa viene bruciata a cielo aperto. Nei quartieri dove questa pratica viene svolta quotidianamente, le concentrazioni di particolato nell’aria possono superare di dieci volte i limiti raccomandati dall’OMS, con persone che respirano letteralmente veleno ogni giorno. Preoccupante è la presenza di composti tossici come diossine e furani, associati a tumori, disturbi ormonali e problemi nello sviluppo infantile. La combustione contribuisce inoltre alle emissioni di gas serra, tra cui anidride carbonica e carbonio nero, accelerando il cambiamento climatico. Le ceneri che restano possono contaminare suolo e falde acquifere, mettendo a rischio coltivazioni e acqua potabile. In aree densamente popolate, incendi non controllati rappresentano anche una minaccia diretta per abitazioni e infrastrutture. Con la diffusione globale dei prodotti monouso, anche le comunità più povere si trovano a bruciare quantità crescenti di plastica. Questo materiale, se incendiato, rilascia fumi altamente tossici che colpiscono in modo sproporzionato bambini, anziani e persone già vulnerabili. È uno degli aspetti più pericolosi e meno visibili della crisi.
Strategie di mitigazione e prospettive future
Nonostante le difficoltà, esistono soluzioni concrete. Organizzazioni internazionali come l’Institute for Global Environmental Strategies (IGES) e l’OMS promuovono investimenti nelle infrastrutture di base, programmi di educazione ambientale e politiche per eliminare gradualmente la combustione a cielo aperto. Tra le strategie più efficaci vi è il compostaggio comunitario, che trasforma gli scarti organici in fertilizzante, riducendo il volume dei rifiuti e migliorando l’agricoltura locale. In alcune aree vengono sperimentati inceneritori di piccola scala dotati di filtri, più sicuri rispetto al fuoco aperto. Altre iniziative riguardano impianti di waste-to-energy (valorizzazione energetica dei rifiuti) in grado di produrre elettricità, anche se con costi elevati. Un ruolo chiave è svolto anche dalle reti di riciclo informale, già attive in paesi come India e Brasile, dove migliaia di persone raccolgono e rivendono materiali riciclabili, riducendo la quantità di rifiuti destinati alla combustione. La combustione dei rifiuti non è solo un problema locale. È una questione globale di salute pubblica, giustizia ambientale e cambiamento climatico. Riflette limiti economici e infrastrutturali più che cattiva volontà individuale. Fino a quando non verranno offerte alternative sostenibili e accessibili, il fumo che sale dalle strade dei paesi in via di sviluppo continuerà a essere un segnale visibile di una crisi urgente, che riguarda milioni di persone e il futuro del pianeta.



