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CUFRA, TRA FANTASMI DEL COLONIALISMO ITALIANO

2026-01-28 12:35

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Estero,

CUFRA, TRA FANTASMI DEL COLONIALISMO ITALIANO

Marco Bourelly

Di Marco Bourelly

 

La mia esperienza vissuta in Libia, prima sotto Gheddafi e poi come consulente dei ministeri dei feriti di guerra dopo la sua caduta, mi ha permesso di conoscere da vicino il peso della memoria storica in questo Paese. È un ricordo che non appartiene solo ai libri, ma che vive ancora nelle famiglie, nei racconti degli anziani, nelle cicatrici lasciate dalla guerra e dalle rivoluzioni. Ed è proprio partendo da questo vissuto che ho deciso di approfondire la vicenda del massacro di Cufra. Durante il mio periodo di inviato speciale del ministero dei feriti di guerra del governo libico ho avuto una grande opportunità: incontrare uno degli ultimi sopravvissuti al massacro di Cufra. Allora era solo un bambino e mi spiegò come riuscì a risalire la sabbia dopo che lo avevano seppellito vivo nei campi di concentramento nel pieno deserto, credendolo morto. Fu un racconto che non dimenticherò mai. Quest’uomo era considerato un simbolo: uno dei pochissimi a poter entrare senza appuntamento al palazzo del colonnello Gheddafi. Quella serata trascorsa insieme fu profondamente commovente. Come molti anziani libici, parlava perfettamente l’italiano e, nonostante le sofferenze subite, diceva di amare il popolo italiano, che considerava suoi fratelli. Quando ho iniziato a documentarmi sul massacro di Cufra, ho avuto la sensazione di toccare una ferita aperta che, a distanza di quasi un secolo, continua a sanguinare nella memoria libica. Una storia che in Italia si conosce poco o nulla, eppure spiega molto di quello che è accaduto dopo, fino al colpo di stato di Muhammar Gheddafi e all’espulsione degli italiani. Un’oasi diventata inferno Era il gennaio del 1931. L’oasi di Cufra, nel cuore del deserto, era allora l’ultimo rifugio dei Senussi, la confraternita islamica che da anni resisteva alla colonizzazione italiana. Il generale Graziani l’aveva definita un “centro di ribellione” e ne ordinò la distruzione. I bombardamenti iniziarono già nell’agosto 1930, ma la resa definitiva arrivò il 20 gennaio 1931. Ricostruendo i racconti dei sopravvissuti, immagino il terrore di quei rifugiati senussi mitragliati mentre tentavano di fuggire nel deserto. E poi, una volta entrati a Cufra, tre giorni di pura barbarie: impiccagioni pubbliche, esecuzioni sommarie, mutilazioni, stupri, torture disumane. Scrivere queste righe è difficile, perché significa guardare in faccia una verità che per troppo tempo è stata rimossa: il colonialismo italiano non fu “mite”. La memoria cancellata Nel mondo arabo e islamico, il massacro di Cufra provocò indignazione. Giornali come Al Jamia el Arabia di Gerusalemme denunciarono quelle atrocità. In Italia, invece, si scelse il silenzio. Nei libri di scuola, ancora oggi, queste pagine non esistono. È come se non fosse mai successo. Eppure, chiunque parli con un anziano libico di quelle zone sa che quella memoria non è mai svanita: è stata tramandata di padre in figlio come simbolo della brutalità coloniale. Gheddafi e la vendetta della storia E qui entra in gioco Gheddafi. Quando nel 1969 rovesciò re Idris con un colpo di stato, una delle sue prime mosse fu espellere gli italiani. Migliaia di famiglie che vivevano in Libia da decenni furono costrette a lasciare case, terre, aziende. Molti in Italia si chiesero: perché tanto accanimento? La risposta sta proprio in Cufra e in tutti i crimini coloniali. Gheddafi non fece che trasformare in politica quel rancore sedimentato nel popolo libico. Si presentò come il vendicatore di quelle ferite storiche. Perché dobbiamo ricordare Oggi, quando si parla di Libia, spesso ci si concentra solo sul presente: petrolio, migrazioni, instabilità politica. Ma non capiremo mai davvero questo Paese se non partiamo dal passato. Il massacro di Cufra è stato uno dei capitoli più oscuri della nostra storia coloniale. Ignorarlo non cancella ciò che è successo: significa soltanto lasciare che altri scrivano la memoria al nostro posto. Io credo che raccontarlo sia un atto dovuto, non solo verso le vittime, ma anche verso noi stessi, per imparare a guardare in faccia la verità della nostra storia.