di Livio William Corso
Alla fiera HEY SUN di Misterbianco, tenutasi dal 25 al 27 settembre, il tema della sicurezza nei lavori in quota ha trovato finalmente uno spazio di riflessione importante. Insieme a Confagritaly e Conf.eur.ass, abbiamo voluto riportare l’attenzione su un problema che da troppo tempo accompagna il mondo del lavoro: quello delle morti bianche.
I dati sono chiari. Dal 2008 al 2024 gli infortuni sul lavoro sono passati da 878.000 a 530.000, mostrando un calo significativo grazie a leggi più restrittive, migliori strumenti di protezione e un progressivo rafforzamento dei sistemi di prevenzione. Ma se guardiamo alle vittime, il quadro rimane allarmante: da 1.624 morti nel 2008 a 1.202 nel 2024. Una riduzione che, a distanza di sedici anni, non può considerarsi rassicurante. Perché dietro quei numeri ci sono volti, famiglie, storie spezzate.
La domanda che ho posto in fiera è semplice ma fondamentale: perché, pur disponendo di formazione, dispositivi di protezione e normative chiare, continuiamo a registrare così tante vittime? La risposta, a mio avviso, è che manca una vera cultura della sicurezza. Possiamo avere le migliori leggi, ma se le regole non vengono comprese e interiorizzate, restano sulla carta. Possiamo avere i dispositivi più evoluti, ma se non vengono usati o mantenuti correttamente, diventano inutili.
La proposta: una campagna massiva di comunicazione
Oggi non serve solo applicare la legge: serve acculturare il Paese alla sicurezza. È per questo che propongo una campagna nazionale di comunicazione, costante e capillare, finanziata dalle istituzioni e sostenuta anche dai media. Una campagna che parli alle persone in modo diretto, che arrivi nelle scuole, nelle case e nei luoghi di lavoro. Che usi la televisione, i social, i giornali, ma anche i linguaggi più vicini ai giovani e ai lavoratori. Solo una comunicazione incisiva, che entri nella vita quotidiana, può cambiare davvero i comportamenti.
Campagne educative mirate
La sfida è duplice e richiede percorsi dedicati.
Per i datori di lavoro, servono progetti educativi che li aiutino a comprendere che la sicurezza non è un costo, ma un investimento. Un’impresa che tutela i propri lavoratori non solo evita tragedie, ma cresce in produttività, fiducia e reputazione.
Per i lavoratori, è fondamentale un percorso che renda la sicurezza parte della loro identità professionale. Indossare i dispositivi, rispettare le procedure, segnalare i rischi: tutto deve diventare un gesto naturale, non un obbligo mal sopportato.
Una sfida europea
Non si tratta però di un problema solo italiano. Le cadute dall’alto, come altre cause di infortunio, sono presenti in tutta Europa. Per questo credo che la prossima sfida debba essere portata anche in sede europea, con progetti comuni da discutere nelle Commissioni UE.
L’Europa deve farsi promotrice di linee guida condivise sulla prevenzione delle cadute dall’alto; campagne transnazionali di sensibilizzazione che parlino a tutti i cittadini europei, superando le differenze linguistiche e culturali; programmi di scambio e formazione per tecnici e operatori, per diffondere le migliori pratiche di ogni Paese; finanziamenti dedicati a progetti di ricerca e innovazione tecnologica in materia di sicurezza nei cantieri e nelle aziende.
Una responsabilità collettiva
La fiera HEY SUN ci ha dato l’occasione per ribadire un concetto chiave: la sicurezza non è una pratica burocratica, ma un valore sociale e culturale. È responsabilità di tutti – istituzioni, imprese, lavoratori, associazioni – fare in modo che ogni vita sia protetta e rispettata.
Ogni infortunio, ogni morte sul lavoro è una sconfitta collettiva. Non possiamo più permetterci di convivere con questi numeri come se fossero inevitabili. Il lavoro deve essere fonte di dignità, non di tragedia.
Ecco perché continuerò a portare avanti questo impegno, sia in Italia che in Europa, affinché la sicurezza diventi finalmente ciò che deve essere: un diritto inalienabile e un dovere condiviso.
La cultura della sicurezza è la vera protezione!



