di Romano Benini
L’impatto dei dazi sulle economie regionali italiane
Il 27 luglio scorso è stato annunciato l’accordo commerciale tra Europa e Stati Uniti che definisce il livello dei dazi statunitensi per le produzioni europee al 15%. L’introduzione dei dazi al 15%, supera di tre volte la precedente tariffa doganale statunitense e penalizza le economie europee maggiormente vocate all’export. Tra queste, figura evidentemente l’Italia, che realizza negli Stati Uniti importanti quote di esportazioni sia direttamente che indirettamente. Per l’Italia, infatti, la dimensione del mercato statunitense è simile a quella di Germania e Francia. È chiaro quindi che i dazi statunitensi colpiranno sia il flusso di export che l’Italia rivolge direttamente verso gli Usa sia quello indiretto, rappresentato in prevalenza da prodotti intermedi e strumentali richiesti per il completamento di beni finali prodotti in Germania e Francia ed esportati successivamente negli USA. Attraverso gli spunti e le elaborazioni che arrivano da una analisi curata dall’Ufficio studi di CNA sui dati disponibili possiamo avere informazioni utili sull’impatto dei dazi sull’export, in particolare manifatturiero, delle economie regionali italiane.
L’impatto dei dazi USA per l’Italia risulta diversificato a livello territoriale. Se da un lato, le regioni più esposte sono chiaramente quelle che contribuiscono maggiormente alla formazione dell’export nazionale verso gli USA (tra queste Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Piemonte e Lazio che insieme realizzano quasi il 78% dell’export italiano negli USA); dall’altro vi sono tante altre regioni che, pur esportando poco, hanno negli Stati Uniti il loro principale mercato di sbocco. Per queste ultime regioni, il danno proveniente dalla minore accessibilità al mercato USA potrebbe essere rilevante nel medio-lungo periodo poiché i dazi potrebbero penalizzare la loro proiezione internazionale dato il venir meno degli investimenti in internazionalizzazione realizzati da tante imprese. Vi è poi da considerare, a prescindere dalla propensione all’export di ogni regione, l’impatto che i dazi potrebbero avere sui tessuti produttivi regionali. In definitiva, a livello locale, i dazi voluti da Trump risulteranno ovunque problematici.
L’importanza del mercato USA per le regioni italiane attraverso tre indicatori
I dazi imposti dall’amministrazione Trump ai Paesi che vantano importanti avanzi commerciali verso gli Stati Uniti avranno un impatto significativo sull’economia dell’Italia: il Centro Studi Economia Reale ha stimato una perdita di PIL di 1,7 punti percentuali per il biennio 2025-2026 nell’ipotesi di tariffe doganali statunitensi pari al 20%; mentre per la Banca d’Italia il PIL italiano potrebbe perdere fino a 1,2 punti percentuali di crescita nel triennio 2025-2027. La preoccupazione per le sorti dell’economia nazionale rischia in questa fase di distogliere l’attenzione dagli effetti dei dazi nelle regioni italiane. Questi potrebbero essere di portata differente data l’eterogeneità a livello locale del tessuto imprenditoriale e dei modelli di specializzazione. Senza volere azzardare stime, l’impatto di un calo dell’export italiano verso gli Stati Uniti, disaggregato a livello territoriale, può essere valutato
considerando in prima approssimazione tre indicatori
- la propensione all’export verso il resto del Mondo di ogni regione;
- la quota parte dell’export dell’Italia negli Stati Uniti realizzato da ogni regione;
- l’incidenza dell’export statunitense sulle vendite all’estero di ogni regione.
La propensione complessiva all’export delle regioni italiane è importante da considerare poiché i dazi americani avranno un effetto negativo che, anziché riguardare solamente le esportazioni verso il mercato USA, potrebbero innescare crisi di ampia portata tramite l’attivazione di una serie di eventi negativi tra loro concatenati. I Paesi che commerciano con gli Stati Uniti potrebbero infatti soffrire cali della domanda interna e introdurre contromisure tariffarie nei confronti dei prodotti statunitensi (per ora scongiurate dall’accordo appena raggiunto) che andrebbero a ridurre ancor di più il volume degli scambi commerciali internazionali complessivi. In questo modo, dopo avere registrato un rallentamento negli Stati Uniti, il flusso di esportazioni italiane potrebbe ridursi anche in altri Paesi. Le regioni italiane maggiormente orientate all’export, che nel medio-lungo periodo rischiano di soffrire maggiormente i dazi americani, sono evidentemente quelle settentrionali (tra queste l’Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia e Veneto vantano un’incidenza dell’export sul PIL superiore ai quaranta punti percentuali) insieme alla Toscana e alle Marche. Si tratta di regioni nelle quali le esportazioni hanno un’incidenza sul PIL di oltre 40 punti percentuali. Nel breve periodo le regioni maggiormente colpite dai dazi americani sono però quelle che contribuiscono maggiormente alla formazione dell’export dell’Italia negli Stati Uniti e/o per le quali gli Stati Uniti rappresentano un mercato di riferimento. Il contributo delle diverse regioni alle esportazioni italiane negli Stati
Uniti riflette evidentemente il peso economico delle regioni stesse nell’economia nazionale. Stando così le cose, non sorprende dunque che oltre un quinto dell’export italiano negli Stati Uniti (nel 2024 pari a 64,7 miliardi di euro) sia realizzato dalla Lombardia e che oltre l’80% del fatturato dell’Italia realizzato nel mercato a stelle e strisce provenga da sole sette regioni centro-settentrionali. Si tratta della Lombardia (21,2%), dell’Emilia-Romagna (16,2%), della Toscana (15,8%), del Veneto (11,2%), del Piemonte (7,8%), del Lazio (5,5%) e del Friuli-Venezia Giulia (3,6%). Da notare che le otto regioni che compongo il Mezzogiorno d’Italia si intestano appena il 9,8% dell’export diretto negli Stati Uniti, con Campania e Abruzzo che da sole ne realizzano la metà (rispettivamente 3,0% e 2,5%). Se l’analisi fin qui condotta appare tutto sommato non sorprendente, lo stesso non può dirsi
quando per ogni regione si va a considerare il peso dell’export verso gli Stati Uniti sul totale delle vendite all’estero, ossia l’importanza del mercato statunitense in termini di esportazioni regionali realizzate. In questo modo, se da un lato, Toscana ed Emilia-Romagna si confermano ancora come regioni particolarmente dipendenti dalle vendite realizzate negli Stati Uniti; dall’altro scopriamo che Lombardia, Piemonte e Veneto (regioni che contribuiscono in maniera fondamentale alla formazione dell’export italiano negli Stati Uniti e che vantano complessivamente una elevata propensione ad esportare) presentano una esposizione verso il mercato statunitense tutto sommato contenuta. Ciò riflette il fatto che si tratta di regioni evolute e fortemente orientate all’export, capaci di diversificare i mercati di sbocco per le loro produzioni.
Vi sono poi regioni che esportano poco
ma per le quali gli Stati Uniti assorbono una quota importante del loro fatturato estero. Si tratta in particolare di Abruzzo, Molise e Umbria. Per queste tre regioni, che insieme si intestano appena il 3,9% dell’export italiano verso gli Stati Uniti, il mercato a stelle e strisce è molto importante assorbendo, rispettivamente, il 17,1%, il 13,4% e il 12,4% delle esportazioni regionali. È evidente che per queste regioni, la minore accessibilità al mercato americano comporterebbe un danno limitato nel breve periodo, data la loro propensione all’export molto contenuta, ma potrebbe frenare il loro sviluppo nel medio-lungo periodo dato che potrebbe determinare il ridimensionamento della proiezione verso l’estero per il venir meno degli investimenti in internazionalizzazione da parte delle imprese del territorio.



