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Export verso gli USA: l’Italia riscopre la diplomazia economica del fare sistema

2025-11-12 18:34

Andrea Striano

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Export verso gli USA: l’Italia riscopre la diplomazia economica del fare sistema

di Andrea Striano

di Andrea Striano - Responsabile Dipartimento Imprese & Mondi Produttivi – Fratelli d’Italia, Caserta

 

 

L’export italiano verso gli Stati Uniti ha registrato una crescita del +34% in un solo anno, segnando un risultato di portata strategica per il nostro sistema produttivo. Un dato che non si limita a fotografare una fase favorevole della congiuntura, ma riflette un mutamento più profondo nella percezione del Made in Italy sui mercati internazionali. Dopo un periodo caratterizzato da incertezze geopolitiche, rialzi dei costi energetici e contrazioni della domanda globale, l’Italia torna a essere considerata un partner industriale e commerciale affidabile, capace di coniugare qualità, reputazione e visione.

La performance oltreoceano è significativa non solo per l’entità della crescita, ma per il contesto in cui avviene. Il mercato statunitense è tradizionalmente tra i più esigenti al mondo: richiede standard produttivi elevati, tracciabilità, coerenza di filiera e una forte identità di marca. Gli Stati Uniti, più di altri mercati, selezionano i fornitori sulla base della solidità industriale, della capacità di garantire continuità qualitativa e della trasparenza del processo produttivo. È su questo terreno che il Made in Italy sta ritrovando centralità, grazie alla sua capacità di offrire prodotti non solo belli e buoni, ma anche affidabili e riconoscibili nella loro autenticità.

I settori trainanti di questa nuova stagione dell’export sono quelli che da sempre rappresentano le colonne portanti del sistema economico italiano: agroalimentare, moda, arredamento e meccanica. In ognuno di questi comparti si riscontra un’evoluzione che va oltre la semplice vendita all’estero: le imprese stanno consolidando una cultura industriale sempre più orientata alla sostenibilità, alla tracciabilità e all’innovazione di processo. In questo senso, la crescita delle esportazioni non è il frutto di un ciclo favorevole, ma il risultato di un percorso di adattamento e riposizionamento che molte filiere hanno intrapreso negli ultimi anni.

Nonostante la pressione dei dazi, le oscillazioni valutarie e il contesto geopolitico incerto, le imprese italiane hanno dimostrato una resilienza sistemica. Essa si fonda su tre elementi strutturali: la filiera corta, che garantisce flessibilità e controllo; la qualità diffusa, che consolida la reputazione del prodotto; e la capacità di adattamento, che consente di reagire rapidamente alle variazioni del mercato. Sono tre dimensioni che, integrate, definiscono un modello competitivo in grado di resistere agli shock esterni e di valorizzare il capitale reputazionale accumulato nel tempo.

La lezione che emerge è chiara: la competitività non può più essere misurata esclusivamente in termini di costo o produttività, ma deve essere valutata in base alla credibilità complessiva del sistema Paese. L’Italia, infatti, non compete solo come somma di imprese, ma come ecosistema industriale e culturale in cui la reputazione del Made in Italy è il risultato di una coerenza collettiva. È proprio questa coerenza, fondata su regole condivise e su un’identità riconoscibile, a costituire un vantaggio competitivo non replicabile da economie più grandi ma meno coese.

Il vero segnale politico ed economico, tuttavia, è interno. Le opportunità per l’export italiano non derivano da un improvviso favore del mercato americano, ma dalla capacità del Paese di fare sistema. Là dove Camere di Commercio, istituzioni finanziarie, università e reti d’impresa operano in modo coordinato e continuativo, i risultati si vedono: la crescita è più robusta, l’innovazione più pervasiva e la capacità di penetrazione sui mercati esteri più stabile. Al contrario, dove prevale la frammentazione, si disperdono risorse, relazioni e reputazione.

Negli ultimi anni, alcuni territori hanno dimostrato che la diplomazia economica non si costruisce soltanto nei ministeri, ma anche a livello locale, attraverso una regia territoriale capace di integrare imprese, istituzioni e infrastrutture di supporto all’internazionalizzazione. Questo modello, che potremmo definire di “diplomazia del fare sistema”, rappresenta oggi la condizione necessaria per mantenere un ruolo di rilievo nel commercio mondiale.

La crescita delle esportazioni verso gli Stati Uniti conferma dunque che l’Italia può tornare protagonista non soltanto come fornitore di prodotti di alta gamma, ma come attore di una strategia industriale più ampia. Il Made in Italy, in questa prospettiva, non è soltanto un’etichetta di origine, ma una politica industriale implicita che merita di diventare esplicita. Dietro la reputazione dei nostri prodotti si nasconde, infatti, una rete complessa di competenze, know-how, relazioni e valori che costituisce un patrimonio economico e sociale di grande rilevanza.

La governance di sistema rappresenta oggi uno dei punti di forza su cui costruire la continuità della crescita. Negli ultimi anni, l’Italia ha avviato un percorso più maturo di coordinamento tra istituzioni, imprese e corpi intermedi, valorizzando la capacità dei territori di fare rete e tradurre le buone pratiche locali in strategie nazionali. La crescita registrata sui mercati esteri — a partire da quello statunitense — dimostra che quando i livelli istituzionali e produttivi operano in sinergia, i risultati arrivano in modo tangibile e duraturo.

L’obiettivo, oggi, è consolidare questo approccio, rafforzando la coerenza delle politiche industriali e degli strumenti finanziari a sostegno dell’internazionalizzazione. L’export italiano non ha bisogno di nuovi interventi episodici, ma di continuità e visione: un quadro stabile, una regia condivisa e una rete di relazioni operative tra soggetti pubblici e privati che garantisca la piena valorizzazione delle eccellenze nazionali. È su questa base che l’Italia può rendere strutturale la propria competitività e consolidare la reputazione del Made in Italy nel mondo.

In questa prospettiva, il ruolo delle istituzioni intermedie — dalle Camere di Commercio ai consorzi per l’export, dalle agenzie di credito all’export fino agli hub universitari per la ricerca applicata — diventa centrale. Sono queste strutture che possono garantire la connessione tra il livello macro della diplomazia economica e quello micro delle singole imprese, traducendo la visione in strumenti operativi.

Il caso americano offre inoltre una lezione più ampia: la crescita sui mercati maturi può e deve diventare un modello per affrontare i mercati emergenti. In Asia e in Africa, dove la domanda di prodotti italiani è in rapida espansione, la competizione sarà ancora più intensa e richiederà una capacità di adattamento sistemico. Non basterà esportare prodotti: servirà esportare modelli di filiera, know-how e cultura industriale.

Il rischio da evitare è che il successo verso gli Stati Uniti resti un episodio isolato, alimentato più da condizioni favorevoli che da un disegno strategico. Perché ciò non accada, l’Italia deve consolidare un approccio di lungo periodo fondato su tre assi: la diplomazia economica come strumento di politica estera, la valorizzazione delle filiere territoriali come infrastruttura produttiva e la promozione integrata del Made in Italy come leva di reputazione internazionale.

La diplomazia economica, in particolare, deve diventare parte integrante dell’azione di governo. Non si tratta solo di promuovere i prodotti italiani all’estero, ma di presidiare i dossier economici nei tavoli internazionali, favorire gli accordi commerciali bilaterali, tutelare le indicazioni geografiche e sostenere la proiezione globale delle nostre piccole e medie imprese. È un compito che richiede visione e continuità, due qualità che oggi, più che mai, stanno guidando le politiche di sostegno all’impresa e all’export.

Allo stesso tempo, è necessario rafforzare la capacità di trasferimento tecnologico e l’integrazione tra ricerca e impresa. I settori che oggi trainano l’export — meccanica, agroalimentare, moda e design — sono anche quelli in cui l’innovazione di processo e di prodotto può generare il massimo valore aggiunto. La transizione digitale e quella ecologica, se accompagnate da un approccio pragmatico e competitivo, possono rappresentare un moltiplicatore di opportunità.

Infine, occorre ridefinire la narrazione del Made in Italy. In un mondo in cui i mercati si muovono sempre più sulla base della fiducia e della reputazione, la comunicazione economica è parte integrante della politica industriale. Raccontare l’Italia attraverso i fatti, i distretti, le competenze e le filiere significa rafforzare la percezione di un Paese capace di produrre valore, innovazione e cultura industriale.

L’Italia non ha solo il dovere di produrre bene: ha l’opportunità — e la responsabilità — di connettere le proprie eccellenze e di presentarsi al mondo come un sistema integrato. La diplomazia economica del futuro dovrà partire da qui: da una visione unitaria che trasformi il Made in Italy da simbolo di eccellenza artigianale a paradigma di competitività industriale.

Perché il successo dell’export verso gli Stati Uniti non è solo un dato economico. È la prova che quando il Paese si muove con coerenza, visione e coordinamento, l’Italia non è un semplice partecipante alla globalizzazione, ma un attore capace di orientarla.