di Alessandra Maresca
La procura di Milano ha aperto un'indagine a carico di alcuni cittadini italiani, indagati per atrocità commesse a Sarajevo, durante l'assedio della città negli anni '90.
Gli indagati, tutti uomini danarosi del nord Italia, avrebbero partecipato all'uccisione di civili bosniaci, attuando un vero e proprio "turismo nero di guerra".
L'assedio di Sarajevo iniziò nel 1992, a seguito del referendum, svoltosi nel febbraio-marzo dello stesso anno, che sanciva la volontà di indipendenza della Bosnia Erzegovina, dall'allora Jugoslavia.
Un referendum storico, che vide una maggioranza schiacciante (99,7%) a favore della secessione del paese.
L'indipendenza era profondamente favorita dai gruppi etnici dei "bosniaci musulmani" e dai croato-bosniaci, mentre fu impedito ai serbo-bosniaci di partecipare, che di conseguenza cercarono di boicottare il referendum.
Il risultato ottenuto alla votazione fu il catalizzatore di uno dei più atroci e lunghi assedi del XX secolo, protratto dalle forze armate serbo-bosniache, contrarie all'esito della votazione.
Nello scenario presentato, c'erano due attori militarmente ed ideologicamente contrapposti: da un lato il neo-governo indipendentista bosniaco, dall'altro le truppe dell'armata popolare jugoslava (JNA) e le forze serbo-bosniache (VRS).
Nei mesi precedenti all'assedio, le truppe della JNA iniziarono a stanziarsi sulle colline adiacenti alla città, schierando armi ed equipaggiamenti militari. Nonostante la richiesta di ritiro del contingente, da parte del neo-governatore, non si ottenne un risultato concreto.
Il 2 maggio 1992 Sarajevo fu totalmente accerchiata dalle truppe serbo-bosniache; ciò comportò un assoluto isolamento della città. Fu chiuso quasi interamente il passaggio di viveri, beni di prima necessità e medicine, furono interrotte le erogazioni di acqua ed elettricità, ed infine le strade che portavano alla capitale furono bloccate. Ad oggi, si stima che le vittime in quegli anni furono circa 13 mila, la stragrande maggioranza civili, circa l'85%.
La strategia più utilizzata per togliere la vita alle vittime era basata sull'impiego di cecchini appostati sulle colline circostanti, che prendevano di mira i civili inermi. Infatti, gli "cecchini" erano la minaccia più temuta durante l'assedio, poiché miravano a sparare ai civili in modo indiscriminato, inclusi i bambini, rendendo ogni uscita un rischio mortale.
La morfologia di quel territorio inoltre si prestava molto bene, considerando gli intenti atroci dei carnefici: Sarajevo infatti è situata in una valle stretta e allungata, circondata da montagne. Gli edifici bassi e le strade strette hanno reso la città ancor più vulnerabile alla minaccia dei cecchini.
A questo scenario già profondamente macabro si aggiunge un fattore ancora più raccapricciante, ovvero lo "sniper Tourism" o "sniper safari".
Lo sniper Tourism rappresenta una delle realtà più crudeli del turismo nero o di guerra; in quello specifico contesto, consisteva nell'unirsi, dietro compenso, ai gruppi di cecchini serbo-bosniaci, appostati per poter sparare ai civili indifesi, trasformando la guerra in una sorta di safari umano.
Numerosi uomini benestanti, provenienti dall'America del nord e da tutta Europa, pagavano somme considerevoli (circa 100mila euro odierni) per poter prendere parte alla "caccia all'uomo". Non solo, per questa pratica erano anche previsti dei veri e propri "tariffari", che andavano a dare un costo al tipo di "preda" a cui si voleva sparare: donne e anziani potevano essere uccisi gratuitamente, mentre per bambini e militari era prevista una maggiorazione del prezzo.
I killer riuscirono a partecipare ai "safari" organizzando minivan e spacciandosi per gruppi dedicati al volontariato, che portavano aiuti umanitari alla popolazione sotto assedio; una volta arrivati alla frontiera, avrebbero pagato ingenti somme per entrare indisturbati nel paese, per poi stanziarsi sulle colline al fianco delle truppe.
Questa realtà è stata raccontata nel dettaglio dal regista sloveno Miran Zupanic, che nel 2022 fece uscire il suo documentario "SARAJEVO SAFARI", documentando e raccontando la vicenda, rivelando al pubblico cosa realmente successo in quegli anni di assedio.
Il documentario, oltre a descrivere nel dettaglio gli orrori perpetrati, è riuscito a portare la questione all'attenzione a livello globale.
In Italia, il passo cruciale della storia arriva con Ezio Gavezzani, un giornalista italiano specializzato in casi di mafia e terrorismo, ma che in passato aveva già parlato della questione dei "safari". La visione del documentario da parte del giornalista è stata il momento di svolta che ha innescato le ricerche e la successiva inchiesta da parte della Procura di Milano.
Il giornalista ha iniziato a fare ricerche al riguardo, riuscendo ad entrare in contatto con vari testimoni di guerra, il più importante tra questi Edin Subasic. Quest'ultimo, ex capo dell'intelligence bosniaca, ha rilasciato testimonianze chiave a Gavezzani, che hanno consentito l'avvio dell'inchiesta.
Subasic, durante il suo colloquio, ha descritto in modo abbastanza puntuale il profilo dei presunti "turisti cecchino": tutti uomini estremamente facoltosi, provenienti dal blocco occidentale in gran parte. Erano soggetti legati a ideologie di destra estrema, con una passione per le esperienze al limite dell'immaginabile.
Non erano portatori di ideologie, non erano lì per parteggiare con le truppe JNA, la loro presenza si giustificava solo perché assetati dalla voglia di prendere parte al "manhunt".
Subasic inoltre continua in maniera estremamente disfattista affermando che: " sono tutti appartenenti alla sfera di persone ricche e influenti, hanno le risorse economiche e legali per proteggersi da un'eventuale indagine, e anche l'influenza politica per ostacolarla ".
Ad oggi, questa testimonianza, insieme ad altre prove messe insieme da Gavezzani, è stata portata alla Procura di Milano, che ha aperto un'inchiesta, guidata dal pubblico ministero Alessandro Gobbi. Nel corso del 2026 l'indagine ha registrato risultati significativi: non si procede più infatti soltanto contro ignoti, ma diversi cittadini italiani sono stati iscritti nel registro degli indagati, sospettati di aver preso parte alle sparatorie.
Gavezzani, in un'intervista rilasciata a "La Repubblica" nell'autunno 2025, affermava che "moltissimi" presero parte alle atrocità, "almeno un centinaio", tra cui appunto anche cittadini italiani.
Nicola Brigida, un avvocato che ha aiutato a preparare la documentazione sul caso, ha dichiarato: " le prove accumulate dopo una lunga indagine sono ben documentate e potrebbero portare a una seria investigazione per identificare i colpevoli ".
A distanza di alcuni mesi dall'apertura del fascicolo, l'inchiesta è entrata in una fase operativa. Gli investigatori stanno raccogliendo testimonianze provenienti dalla Bosnia-Erzegovina e valutando elementi che potrebbero consentire di ricostruire l'identità dei partecipanti ai presunti "safari". Parallelamente, anche la Procura della Bosnia-Erzegovina ha confermato di aver avviato verifiche sul caso e di essere in contatto con le autorità italiane nell'ambito della cooperazione giudiziaria internazionale.



.png)