di Antonino Castorina - Avvocato del Foro di Reggio Calabria
Nell’epoca moderna il vivere quotidiano e quindi anche il comparto giustizia deve fare i conti con il ruolo sempre più egemonico dei social network e della comunicazione on line.
Spesso e volentieri le Fake News diventano verità granitiche ed opinioni e punti di vista si trasformano in verità oggettive portando discussioni ed analisi teoricamente previste nelle aule dei tribunali ad un bar-sport dove ognuno dice la sua e dove chiunque esprime massime, pensieri ed emette sentenze come fossimo in uno stadio di calcio nell’eterna sfida tra opposte tifoserie.
Tra i problemi più complessi e tormentati della giustizia penale dice il prof. Vittorio Manes si staglia il concetto di “verità” e il suo rapporto con il processo, con le sue regole, con le parti – anche con il difensore – oltre che con la pubblica opinione e, ormai, con l’attenzione massiva dei media.
La riflessione che si intende sviluppare non vuole certo comprimere la garanzia costituzionale sancita dall’articolo 21 né limitare il corretto diritto di cronaca in relazione a fatti, eventi ed avvenimenti che riguardano la “cronaca giudiziaria” , la “cronaca nera” o anche la “cronaca politica” ma ha l’ambizione e l’obiettivo di aprire una riflessione sulla “Giustizia Giusta” e parimenti sulla “Giusta Informazione”.
In ragione di questi principi ritengo che non solo serva un bilanciamento nella complessa operazione di raccontare la verità ma parimenti una censura rispetto a documenti riservati e coperti dal segreto istruttorio veicolati come se fosse normale routine e di tutto ciò che succede nel web, oggi terra di nessuno ove regna in far west.
Un far west che in troppi casi rimane senza conseguenze né identificazione di chi queste condotte compulsive le realizza sistematicamente e che alimenta ed amplifica ricostruzioni sommarie, verità presunte ed odio sociale.
Se si ripercorre quindi l’attuale contesto di rapporti tra “giustizia penale” ed informazione , e l’insieme dei problemi che si raccolgono oggi attorno al sintagma “processo mediatico” l’idea che ci facciamo è quella che la situazione di forte criticità e profondo disequilibrio sia determinata, anzitutto, dalla difficoltà di bilanciare esigenze divergenti tra quello che è, quello che potrà essere, e quello che vuole essere raccontato in base a chi scrive.
In questa dicotomia si scontrano diritti contrapposti rivendicati come inalienabili ed ovvero da un lato il diritto di cronaca e di informazione, dall’altro il diritto di ciascuno all’onore e alla reputazione, alla riservatezza, alla “vita privata”, ma anche il rispetto dell’equo processo nelle sue declinazioni, la presunzione di innocenza e la dignità della persona che sottoposta ad indagine deve da un lato valutare insieme ai propri legali scelte processuali e linea difensiva, dall’altro nei casi mediatici più evidenti capire come affrontare il processo di piazza con sentenze già scritte e verità che al netto dell’esito processuale si scrivono e si rafforzano nello straordinario mondo della rete.
Le conseguenze di tutto ciò sono drammatiche ed in molti casi hanno causato conseguenze tragiche.
Nei processi mediatici avviene quindi un giudizio parallelo al processo dove la narrazione anticipa, affianca e talvolta supera il giudizio formale della magistratura .
Questo rappresenta un colpo ferale alla presunzione di innocenza, all’imparzialità del giudice e, più in generale all’impalcatura della Giustizia Penale dove il contradditorio tra le parti regolamenta le diverse posizioni tra accusa e difesa ed è necessario per la ricerca della verità.
L’interferenza o forse ingerenza del sistema mediatico nelle vicende giudiziarie ha dato origine ad una forma patologica di giustizia parallela, ad una sete di verità e giustizia che si basa sul pubblico ludibrio dell’indagato e sull’annientamento delle garanzie previste dal nostro ordinamento, praticamente tutto il contrario di ciò che dovrebbe essere.
Il ruolo di amplificazione svolto dai social network fa poi da cassa di risonanza con una azione
pluri-offensiva ed a tratti distruttiva che non si può arginare e che comunque ha effetti permanenti e nefasti.
Solo un intervento legislativo che regolamenta tutto il mondo dei social network per lo meno con l’identificazione di chi usa ogni singolo profilo potrebbe mettere un freno a questa deriva.
Non si tratta di censura ma di responsabilità di ciò che si scrive, si pensa e si racconta anche con un semplice commento.
In questo contesto mediatico-giudiziario la presunzione di innocenza, garantita dall’art. 27, co. 2, Cost., viene di fatto capovolta è l’imputato o perfino l’indagato è già colpevole fino a prova contraria.
Analizzando quindi questi elementi oggettivi e ripetitivi in tutti i processi mediatici, sia a livello locale che nazionale è possibile qualificare la sofferenza derivante dalla “condanna sociale” mediatica come una forma di pena naturale ? Questo pre-sofferto al netto di quello che sarà l’esito processuale come viene computato ?
Inquadrare il processo mediatico in questa categoria non è un mero esercizio teorico, ma apre la strada alla riflessione sulla sua possibile rilevanza giuridica in sede di commisurazione della pena.
La necessità di pensare a strumenti in grado di tutelare meglio questi diritti oggi emerge anche in chiave comunitaria con gli obblighi derivanti dalla Direttiva UE n. 2016/343 del 9 marzo 2016, sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza che, al suo art. 3 ma di fatto non risolve il problema ne affronta i casi già di fatto definiti prima in pubblica piazza e poi nelle aule dei tribunali.
Oggi serve che il legislatore intervenga con forza sia con una regolamentazione del web sempre di più determinante nel comunicare e veicolare informazioni e notizie e poi nel far rispettare non solo ciò che l’Europa ci chiede ma quello che la nostra Costituzione dovrebbe garantire ed ovvero una Giustizia Giusta.
Spesso abbiamo visto nella veste di moralizzatori personaggi improponibili e commentatori di cronaca giudiziaria protagonisti a loro volta di vicende ambigue ed imbarazzanti, abbiamo ascoltato commenti e riflessioni da parte di chi in un aula di Tribunale non c’e’ mai stato neanche come pubblico né ha mai letto un atto processuale.
Un intervento legislativo che regolamenta tutto questo sarebbe un grande segnale di dignità e di civiltà per il nostro Paese e per tutti coloro i quali operano nel comparto giustizia ed ambiscono ad agire con la serenità ed il rispetto che meritano le aule dei nostri Tribunali ma anche rispetto ad una valutazione sanzionatoria sulla corretta pena da applicare se vi sono due processi paralleli da affrontare, uno in tribunale ed un in piazza.
Giustizia Giusta è anche essere garanti della Costituzione e del Giusto Processo.



