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DOPPIA VISIONE – PAPÀ, QUANTO COSTA UNA GIORNATA A MARE?

2026-06-23 10:02

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DOPPIA VISIONE – PAPÀ, QUANTO COSTA UNA GIORNATA A MARE?

Pietro Vivone & Filippo - Quanto costa davvero una giornata al mare? Tra caro-spiagge, valore del turismo e diritto alla battigia: un dialogo padre-figlio

Il caro-spiagge, il turismo che vale e il mare che resta di tutti

di Pietro Vivone & Filippo

 

Cari lettori, rieccoci qui, con i piedi nella sabbia e il solito carico di domande. Questa volta non siamo al supermercato né sentiamo l'odore dei dolci di Natale: è una domenica di giugno, di quelle che in Cilento sembrano fatte apposta per ricordarti perché vale la pena lavorare tutta la settimana. Filippo corre avanti e indietro sulla battigia con il suo frisbee nuovo.


È stato proprio mentre andavo a recuperare il disco, scusandomi con i vicini di ombrellone, che Filippo mi ha raggiunto e mi ha sparato la sua domanda: «Papà, ma perché un ombrellone con due lettini costa cosi tanto? È solo un po' di stoffa e due lettini!»

Mi sono fermato, frisbee in mano, perché come al solito dietro una domanda da bambino c'era un pezzo di economia del Paese. Quest'estate andare al mare costa di più: in media il sei per cento in più rispetto allo scorso anno, e quasi un quarto in più rispetto a cinque anni fa. In prima fila, in certe località, una settimana di ombrellone e lettini supera i duecentotrenta euro, e nei posti più rinomati si arriva ben oltre. «Quindi ci stanno guadagnando tantissimo?» ha chiesto lui, con l'aria di chi ha già scoperto il colpevole.

Gli ho spiegato che non è così semplice. «Vedi quel signore con la maglietta del lido? Quello è un imprenditore, e questo stabilimento è la sua piccola azienda. Quando paghi l'ombrellone, non paghi solo la stoffa: paghi i ragazzi che ogni mattina rastrellano la sabbia e salvano la vita in acqua, l'energia per le docce e il bar, la manutenzione, le tasse, l'affitto della spiaggia allo Stato. E tutte queste cose, negli ultimi anni, sono diventate più care anche per lui.» Filippo ci ha pensato su: «Come quando è aumentata la bolletta a casa e tu hai detto che dovevamo stare attenti?» Esatto, campione. L'inflazione non bussa solo alla porta delle famiglie: entra anche nelle imprese, e prima o poi finisce sul cartellino.

«Però allora le famiglie che hanno pochi soldi non possono più venire al mare?» Ed eccola, la domanda vera, quella che pesa. Gli ho detto che questo è il punto più delicato: c'è una tensione tra il valore e l'accessibilità. Da una parte uno stabilimento bello, pulito e sicuro vale quello che costa, ed è giusto che chi lavora bene venga pagato. Dall'altra il mare non può diventare un lusso per pochi. «E come si fa a far stare insieme le due cose?» Si fa ricordando che la spiaggia non è tutta uguale: la battigia, quella striscia bagnata dove tu corri con il frisbee, per legge resta libera, di tutti, sempre. E accanto agli stabilimenti devono esserci spiagge libere ben tenute, con docce e sicurezza, perché andare al mare resti un diritto e non un privilegio.

Poi gli ho raccontato la parte che a me, da imprenditore, fa battere il cuore. «Sai, Filippo, tutto questo, gli ombrelloni, gli alberghi, i ristoranti, le persone che vengono da mezzo mondo a vedere il nostro mare, ha un nome: si chiama turismo, ed è una delle “industrie” più grandi d'Italia. Vale più di duecentotrenta miliardi di euro e dà lavoro a un italiano su otto.» Lui ha spalancato gli occhi: «Un italiano su otto lavora per far divertire la gente in vacanza?» Più o meno sì. È il nostro Made in Italy fatto di sole, accoglienza e bellezza: un patrimonio enorme, che però va curato, perché un turista torna se trova qualità a un prezzo giusto, non se si sente spennato.

Filippo ha lanciato di nuovo il frisbee, stavolta dritto nelle mie mani. «Papà, allora è come questo gioco: se tiro il disco solo verso di me, non gioca nessuno. Bisogna lanciarlo in modo che lo prenda anche l'altro.» L'ho guardato e ho pensato che, ancora una volta, in una frase aveva detto quello che a me serve un articolo intero per spiegare. Il turismo funziona così: è uno scambio, un lancio che deve arrivare a destinazione. L'impresa deve guadagnare il giusto per restare in piedi e investire; la famiglia deve potersi permettere una giornata di mare senza rinunce; e lo Stato deve fare la sua parte, garantendo spiagge libere dignitose, prezzi trasparenti esposti con chiarezza e regole certe per chi fa impresa.


Mare, ombrellone o battigia, alla fine la lezione è sempre la stessa: il valore vero non è nel prezzo più alto né in quello più basso, ma in un disco lanciato bene, che fa giocare tutti. E forse questa è l'estate giusta per ricordarcelo.