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La guerra delle donne al giorno d’oggi

2026-06-23 09:30

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La guerra delle donne al giorno d’oggi

Michelle A. Modica - Dai territori in guerra al divario di genere nel lavoro: la condizione femminile tra violenza, diritti negati e disuguaglianze

di Michelle A. Modica

 

Non sempre fa rumore o lascia macerie visibili. Eppure esiste, attraversa confini e culture, e riguarda centinaia di milioni di persone. È la guerra delle donne, che oggi si combatte su più fronti: nei territori devastati dai conflitti armati e nelle società che, pur dichiarandosi avanzate, faticano ancora a garantire pari opportunità.
Secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, oltre 676 milioni di donne e ragazze vivono a meno di 50 chilometri da una zona di guerra: il dato più alto mai registrato. Negli ultimi due anni, le vittime civili tra donne e bambini sono quadruplicate, mentre la violenza sessuale legata ai conflitti è aumentata dell’87%. Numeri che raccontano una realtà spesso relegata ai margini del dibattito pubblico, nonostante la sua portata globale.
In Ucraina, a tre anni dall’invasione russa, la condizione femminile restituisce un quadro drammatico. Oltre 4.300 donne e ragazze sono state uccise e circa 11.000 ferite dall’inizio del conflitto. Più di 1,8 milioni sono sfollate interne e circa 6,7 milioni dipendono da aiuti umanitari. A queste cifre si aggiunge un dato meno visibile ma altrettanto significativo: almeno 2,4 milioni di donne risultano esposte o a rischio di violenza di genere. La guerra, in questo caso, non si limita a distruggere città, ma incrina il tessuto sociale, amplificando fragilità già esistenti. Uno scenario ancora più radicale emerge in Afghanistan, dove il ritorno dei talebani ha comportato una progressiva cancellazione dei diritti femminili. Le donne sono escluse dall’istruzione secondaria e dal lavoro, limitate nella libertà di movimento e nella partecipazione alla vita pubblica. Oltre il 70% incontra difficoltà persino nell’accesso agli aiuti umanitari. Non si tratta soltanto di discriminazione: diversi organismi internazionali parlano apertamente di una sistematica esclusione che sfiora la persecuzione di genere.


Il quadro globale è aggravato da un fenomeno trasversale: la violenza. Secondo dati recenti, una donna viene uccisa ogni dieci minuti nel mondo, per un totale di oltre 50mila vittime all’anno. In molti contesti di guerra, lo stupro continua a essere utilizzato come arma, mentre in tempo di pace assume forme più domestiche ma non meno pervasive.
Se ci si sposta lontano dai fronti, il conflitto assume contorni diversi, ma non meno incisivi. In Europa e in Italia, la battaglia si gioca sul terreno del lavoro, della rappresentanza e dell’autonomia economica. Il tasso di occupazione femminile nel nostro Paese resta tra i più bassi dell’Unione, poco sopra il 50%, con un divario significativo rispetto agli uomini. Il part-time involontario, che riguarda circa una donna su tre, segnala una difficoltà strutturale nell’accesso a impieghi stabili e a tempo pieno.
Il divario salariale, sebbene variabile a seconda dei settori, continua a rappresentare una criticità. Le donne guadagnano mediamente meno degli uomini e incontrano maggiori ostacoli nella progressione di carriera. A incidere non sono soltanto le dinamiche del mercato, ma anche un’organizzazione sociale che continua a scaricare sulle donne la maggior parte del lavoro di cura.
Negli ultimi anni, l’Italia ha introdotto alcune misure per affrontare queste disuguaglianze. La certificazione della parità di genere per le imprese e il recepimento della direttiva europea sulla trasparenza salariale rappresentano passi nella direzione di una maggiore equità. Si affiancano a interventi sul welfare e sul sostegno alla genitorialità, pensati per favorire la conciliazione tra vita privata e lavoro. Tuttavia, il divario resta evidente, segno che la dimensione normativa, da sola, non è sufficiente.
Il nodo centrale rimane culturale. La distribuzione del tempo, delle responsabilità e delle opportunità continua a essere sbilanciata. In questo senso, la guerra delle donne si combatte anche nelle scelte quotidiane, nei modelli educativi, nelle aspettative sociali.
Esistono però segnali di cambiamento. La presenza femminile nei percorsi universitari è in crescita, così come quella nelle istituzioni. Emergono nuove generazioni più consapevoli, meno disposte ad accettare disuguaglianze considerate per troppo tempo inevitabili. Anche il linguaggio pubblico si evolve, contribuendo a rendere visibili fenomeni prima ignorati o minimizzati.


La sfida, oggi, consiste nel tenere insieme questi livelli: la dimensione globale delle guerre e quella locale delle disuguaglianze quotidiane. Due realtà apparentemente distanti, ma profondamente connesse. Nei contesti di conflitto, le donne pagano il prezzo più alto della violenza e dell’instabilità. Nelle società “in pace”, continuano a scontare ritardi che ne limitano l’autonomia e la partecipazione.
Parlare di “guerra” non è dunque una forzatura retorica, ma una chiave di lettura che permette di comprendere la continuità tra fenomeni diversi. Una guerra che non si combatte con le stesse armi, ma che richiede la stessa determinazione.
Ridurre il divario di genere non significa soltanto correggere un’ingiustizia. Significa investire nel futuro, liberare energie e competenze, costruire società più equilibrate. È una sfida che riguarda tutti, perché il progresso non può dirsi tale se lascia indietro metà della popolazione.
La guerra delle donne, oggi, non chiede eroismi, bensì responsabilità e una visione capace di trasformare i diritti formali in realtà concreta.