Con Anoressia... lo specchio che mentiva agli occhi blu la giovane autrice — insignita il 5 giugno del Premio Glamour Roma Capitale — trasforma la propria esperienza in un messaggio per chi soffre e per chi vorrebbe aiutare.
Pochi conoscevano la tua storia. Qual è stata la causa scatenante che ti ha convinto a raccontarla?
Mi sono guardata un po' in giro. Ho iniziato a scrivere a settembre 2025, e a quel punto la malattia l'avevo già superata. Ma intorno a me vedevo molte ragazze che conoscevo iniziare a fare gli stessi errori che avevo fatto io. Quando certe ossessioni prendono il sopravvento, sotto c'è sempre un motivo più profondo: sono la punta dell'iceberg. Me ne sono accorta e ho pensato che dovevo fare qualcosa per aiutarle. Gli esperti sconsigliano di andare a parlarne direttamente con chi soffre, così ho scelto una via più indiretta: scrivo questo libro, ci metto tutta la mia esperienza, e vedo se posso fare qualcosa di buono. Se no, ci ho provato.
Tra i tanti modi di esprimere un malessere—la musica, il teatro—hai scelto la scrittura. Com'è nato il libro? Era un progetto privato o pensato fin da subito per essere condiviso?
È nato subito come un modo per aiutare gli altri. Non era più un diario di quello che vivevo giorno per giorno, perché quella fase l'avevo già superata: l'ho ricostruito. È nato anche da un progetto scolastico, che mi ha dato la scusa perfetta per cominciare—il libro lo avrei scritto comunque. È sempre stato destinato alla lettura di altri. All'inizio un po' mi spaventava, perché è scritto con tanta vulnerabilità, senza filtri: quello che ho passato e quello che pensavo l'ho messo lì com'era. Poteva andare anche molto male. Invece i miei compagni di classe l'hanno accolto benissimo, e così gli insegnanti e gli amici.
Il titolo parla di uno specchio che mentiva. Com'è nata questa immagine?
Nasce dalla dismorfia corporea: ti guardi allo specchio e i contorni del tuo corpo sono sbiaditi, una persona che ne soffre non sa com'è fisicamente. Lo specchio è sempre stato una figura importante nel mio percorso, e mi ha fatto soffrire molto. Avevo standard altissimi: volevo andare bene a scuola, avere un certo aspetto, tenere tutto sotto controllo. Obiettivi non superficiali, ma esagerati.
Nel libro tornano molte figure: tua mamma, le amiche, la dottoressa, la professoressa. Quanto è stato importante non essere sola in quel percorso?
Essenziale. Uno dei miei problemi principali era che, anche con centocinquantamila persone intorno, mi sentivo completamente sola. A una festa, in mezzo agli amici, pensavo che in realtà non mi volessero lì—non era un pensiero reale, era un'illusione che mi creavo. Avere quelle poche persone che sapevano mi aiutava a capire che le persone che mi volevano bene le avevo accanto. Una di quelle amicizie adesso non c'è più. Mi dispiace, ma fa niente: il fatto che non siamo più amiche non vuol dire che non lo siamo mai state. Quello che lei ha fatto per me resta importante. La riconoscenza, per me, conta.
Parte del ricavato va all'associazione Ambrosia, e porti la tua testimonianza nelle scuole. Cosa speri resti dentro a chi ti legge o ti ascolta?
Spero di arrivare a due tipi di persone. Le prime sono quelle che stanno soffrendo—non solo di anoressia, ma di qualsiasi cosa. Ho parlato con persone che hanno vissuto la depressione e mi hanno detto che il libro le ha aiutate a capire che non erano sole. Voglio che le persone capiscano che a volte ci creiamo problemi che in realtà non esistono. Le seconde sono quelle che stanno bene ma si trovano accanto qualcuno che soffre. Quando stavo male, la prima cosa che mi dicevano era «ma mangi?», oppure «risolvi, mangia». Banalizzare i sentimenti di un’altra persona ti fa sentire sbagliato, ma nessuno è sbagliato: se uno sta male, un motivo c’è. Spero che anche chi non c’entra nulla con l’anoressia riesca a capire che dietro la sofferenza altrui c’è sempre qualcosa, ed è sempre da rispettare. Anche quando non si può aiutare.
Un'ultima domanda, sul tema della libertà. Cosa significa per te?
Quando stavo male, ogni decisione che prendevo era legata a un solo obiettivo, che a sua volta copriva una sofferenza più profonda. Dovermi nascondere, nascondere che stavo male, era pesantissimo: mi privava della libertà di essere una ragazzina della mia età. Oggi ho più responsabilità di allora, perché sono cresciuta, ma mi sento più leggera. Lo sport, che prima era solo un modo per controllarmi, adesso è una camminata che mi fa stare bene: parto di casa con un problema e torno che l'ho risolto. Mi sento libera perché, se voglio fare una cosa, la faccio. E ci riesco.




