di Antoine Gambin
Non poche imprese italiane dichiarano di voler essere più internazionali. Parlano di nuovi mercati, di export, di innovazione. Eppure, quando si tratta di assumere giovani laureati extra‑UE che hanno scelto l’Italia per studiare e iniziare la propria carriera, la risposta concreta non è sempre all’altezza di queste ambizioni. In diversi percorsi di inserimento e formazione che ho accompagnato, il modo in cui l’impresa accoglie questi talenti rivela molto del suo sguardo sul mondo.
Pensiamo a una giovane laureata arrivata in Italia per un corso magistrale. Parla più lingue, conosce il nostro Paese meglio di molti turisti, ha fatto un tirocinio in una piccola azienda di provincia. In alcuni contesti viene vista soprattutto come “caso speciale”, da gestire con attenzione per via dei documenti, del permesso di soggiorno, delle paure implicite legate a ciò che è “diverso”. In altri contesti, la stessa persona viene accolta come occasione per allargare il proprio orizzonte: qualcuno che può aiutare a capire meglio un mercato, una cultura, un modo di lavorare, ma anche a rivedere alcune abitudini date per scontate.
Apertura ai talenti extra UE come cartina di tornasole
Assumere un laureato extra UE non basta, da solo, a rendere globale un’impresa. La vera differenza sta nel perché e nel come lo si fa. Se l’obiettivo è solo coprire una posizione tecnica, si tenderà a chiedergli di “adattarsi” il più possibile, fino a diventare invisibile. Se invece l’azienda sceglie consapevolmente di includere nel proprio racconto biografie diverse, allora quel profilo diventa una cartina di tornasole del mindset organizzativo: misura quanto siamo disposti a metterci in discussione.
Una mentalità globale non è una somma di passaporti, ma una disposizione a lasciarsi cambiare dall’incontro con l’altro. Significa accettare che alcune domande “scomode” – perché si fa così? perché non si prova in un altro modo? – possano arrivare proprio da chi è arrivato da lontano e sta cercando di capire come funziona il nostro sistema. Non costruiamo una visione globale semplicemente assumendo studenti stranieri; è l’apertura stessa a considerarli parte della nostra storia futura a rivelare che lo sguardo dell’impresa si sta allargando.
Le università come nodi dell’ecosistema
In questa storia, le università e le altre istituzioni di alta formazione sono nodi chiave. Negli ultimi anni hanno investito molto per attrarre studenti internazionali, raccontandosi come luoghi in cui lo studio può davvero aprire porte al lavoro e alla vita professionale in Italia. Gli studenti extra UE che incontriamo nelle aule, nei laboratori, nei tirocini sono il risultato di questo sforzo.
Ma perché quella promessa non resti sospesa, serve un passo in più. Non basta che l’università si apra al mondo; è necessario che le imprese si lascino accompagnare a leggere questi profili in modo diverso. Career day, progetti congiunti, percorsi di inserimento costruiti insieme possono diventare spazi in cui l’azienda impara a vedere nei giovani stranieri non un’eccezione difficile da incasellare, ma un tassello naturale della propria evoluzione.
In molti dibattiti pubblici si parla di “immigrazione di qualità”, ma spesso resta un’espressione astratta, buona per i documenti strategici e le conferenze. Qui proviamo a darle un significato molto concreto: la capacità delle imprese, insieme alle università, di costruire percorsi reali in cui lo sforzo formativo dei giovani stranieri si traduce in valore condiviso, e non si disperde fra promesse generiche e porte chiuse.
Spazi digitali condivisi e missione di CanGo.coop
Su questo terreno si stanno muovendo anche esperimenti più mirati. CanGo.coop, insieme ad altre organizzazioni europee, ha iniziato a studiare proprio questo approccio: creare spazi digitali condivisi di lavoro e apprendimento in cui studenti stranieri ed extra UE, università e imprese possano incontrarsi in modo continuativo. L’idea è semplice ma ambiziosa: usare questi “luoghi ponte” per costruire un ecosistema in cui tutti guadagnano – i giovani che vedono riconosciuto il proprio investimento formativo, le università che danno concretezza alla promessa di aprire porte, le imprese che scoprono nuove competenze e nuovi modi di raccontare se stesse.
Rientra pienamente nella mission di CanGo.coop contribuire a coltivare nuovi approcci che sappiano utilizzare le tecnologie per generare impatto sociale, e queste sperimentazioni vanno esattamente in questa direzione. Non abbiamo ancora tutte le risposte, ma ogni volta che questo spazio si attiva diventa più chiaro quanto il valore non stia solo nei singoli profili, bensì nella qualità delle connessioni che riusciamo a costruire tra di loro.
Dove si vede davvero la narrazione d’impresa
La narrazione di un’impresa non vive solo nei bilanci o nelle campagne di comunicazione, ma nelle esperienze quotidiane di chi ci lavora. Per un giovane laureato extra UE, i primi mesi in azienda sono spesso un test decisivo: capire se quello che ha sentito raccontare – opportunità, crescita, confronto – corrisponde alla realtà.
Ci sono imprese in cui, dopo poche settimane, arriva il messaggio implicito: “Qui le cose si fanno così, da sempre”. In altre, c’è spazio per domande, margine per portare esempi da altri Paesi, disponibilità a rivedere procedure se si dimostrano controproducenti. In queste differenze sta la distanza tra un’organizzazione che ripete se stessa e una che prova, magari con piccoli passi, a riscrivere la propria storia.
Una responsabilità che si gioca nello sguardo
Costruire un ecosistema capace di trattenere e valorizzare i talenti extra UE non è responsabilità esclusiva delle imprese o delle università. È un lavoro di sistema, che riguarda anche enti di formazione, associazioni di categoria, istituzioni locali. Ma il punto di partenza, per chi guida un’organizzazione, resta sorprendentemente semplice: lo sguardo.
Guardare a una giovane laureata extra UE come a un “caso particolare” da gestire oppure come a un pezzo di futuro con cui imparare a dialogare non è la stessa cosa. Nel primo caso, l’impresa conferma l’idea di essere chiusa in un perimetro noto. Nel secondo, accetta che la propria identità si giochi in uno spazio più ampio, dove il confine tra territorio e mondo è meno netto di quanto sembri.
È qui che la narrazione d’impresa può cambiare: non nell’aggiungere una parola “global” allo slogan aziendale, ma nel riconoscere che chi sceglie di venire a studiare e lavorare in Italia può diventare, se glielo permettiamo, co autore di quella storia.



