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Made in Italy food: da etichetta a meccanismo di fiducia. La sfida delle filiere italiane

2026-04-22 09:50

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Made in Italy food: da etichetta a meccanismo di fiducia. La sfida delle filiere italiane

di Andrea Striano

di Andrea Striano - Dipartimento Nazionale imprese e mondi produttivi Fratelli d’Italia
 

 

Il Made in Italy alimentare non è (solo) un’etichetta. È un meccanismo sofisticato di riduzione del rischio percepito, costruito in decenni attraverso regole rigorose, filiere integrate, controlli continui e una reputazione che si è consolidata sul campo.
Il consumatore, italiano o straniero, non acquista soltanto gusto, tradizione o estetica. Compra certezza di risultato: la garanzia che quel prodotto sarà sicuro, coerente nella qualità, fedele alla promessa di origine e di metodo. Finché questa certezza regge, reggono il premio di prezzo, la fedeltà del consumatore, la forza dell’export e il posizionamento competitivo delle nostre imprese. Quando vacilla, tutto il resto – dal fatturato alla percezione del Paese – rischia di incrinarsi.

Da insider dei mondi produttivi, con esperienza diretta nelle filiere e come membro del Dipartimento Nazionale Imprese, Mondi Produttivi e Made in Italy di Fratelli d’Italia, vedo ogni giorno come questa “certezza” non sia un’astrazione retorica. È il frutto di un sistema complesso: disciplinari di produzione, certificazioni DOP/IGP/STG (l’Italia ne vanta il primato europeo con centinaia di specialità riconosciute), tracciabilità obbligatoria, controlli lungo tutta la catena e un apparato di vigilanza che, negli ultimi anni, ha visto un incremento significativo delle verifiche per efficacia e precisione.

I dati lo confermano: l’export agroalimentare italiano ha chiuso il 2025 con un nuovo record, superando i 72-73 miliardi di euro, con una crescita intorno al 5% rispetto all’anno precedente. La filiera allargata vale centinaia di miliardi e rappresenta una delle prime ricchezze nazionali, con leadership in sostenibilità, numero di prodotti tradizionali e biologico. I consumatori percepiscono i prodotti italiani come più salutari e li scelgono con fiducia elevata, proprio perché associano il “Made in Italy” a sicurezza e qualità.

Questa fiducia non nasce dal nulla. Nasce da filiere che, nonostante pressioni di costo, pratiche sleali e squilibri di potere contrattuale, continuano a investire in regole interne, accordi di filiera e innovazione tecnologica (dalla blockchain alla tracciabilità digitale) per mantenere standard elevati. Il consumatore paga il premio perché sa – o percepisce – che il rischio di delusione (sicurezza, gusto incoerente, origine mendace) è inferiore rispetto ad alternative.

Oggi il punto critico non è “raccontare meglio” il Made in Italy. È renderlo vero, giorno dopo giorno, dentro le filiere. Le sfide sono concrete:
* Contraffazione e Italian sounding continuano a erodere reputazione e fiducia, sfruttando anche nuovi strumenti come l’intelligenza artificiale per imitare segni distintivi o generare falsi online. Il fenomeno non sottrae solo fatturato: sottrae credibilità al sistema nel suo complesso.
* Frodi alimentari, opacità in alcuni segmenti della supply chain e importazioni che talvolta bypassano gli standard italiani mettono sotto pressione le produzioni autentiche.
* Squilibri nella distribuzione del valore lungo la filiera rischiano di scoraggiare gli investimenti in qualità da parte degli anelli più deboli (agricoltori in primis).
In questo contesto, le recenti norme approvate in materia di tutela agroalimentare – che introducono nuove fattispecie penali per frodi, commercio con segni mendaci e rafforzano trasparenza e tracciabilità – rappresentano un passo importante nella direzione giusta. Sono strumenti che tutelano sia il consumatore sia gli operatori onesti, rafforzando quel meccanismo di riduzione del rischio che è il vero motore del nostro vantaggio competitivo.

Come insider e come rappresentante politico impegnato su questi temi, ritengo che la priorità assoluta sia continuare a rendere vero quel marchio di certezza. Questo significa:
1. Rafforzare gli accordi di filiera con obiettivi qualitativi chiari, prezzi equi che non scendano sotto i costi di produzione e lotta alle pratiche sleali.
2. Investire in controlli mirati, analisi del rischio e cooperazione tra enti (ICQRF, NAS, Regioni, Ministero della Salute) per aumentare l’efficacia senza burocratizzare inutilmente.
3. Sostenere innovazione e tecnologia a servizio della tracciabilità e della trasparenza, senza sostituire ma integrando le certificazioni tradizionali.
4. Difendere la reciprocità negli accordi commerciali internazionali: aprire mercati sì, ma solo garantendo che gli standard di qualità, sicurezza e sostenibilità siano rispettati da tutti i concorrenti.

Il Made in Italy alimentare non è un patrimonio statico da difendere solo con campagne promozionali. È un ecosistema vivo, fatto di imprese, regole, persone e territori. La sua forza sta nella coerenza tra ciò che promette e ciò che consegna. Se manteniamo questa coerenza, il posizionamento premium, l’export record e la reputazione internazionale continueranno a reggere. Altrimenti, anche la migliore narrazione del mondo non basterà.
Il compito di chi opera nelle filiere, di chi le rappresenta e di chi fa politica industriale è uno solo: vigilare, innovare e pretendere che la certezza resti concreta. Non è retorica. È la condizione per continuare a essere leader mondiali nel cibo di qualità.
E per l’Italia, il cibo di qualità non è solo business: è identità, economia reale e futuro delle nostre imprese produttive.