a cura della Redazione
Il lavoro sta cambiando, ma non per tutti allo stesso modo.
C’è chi lo subisce, rincorrendo strumenti, piattaforme, parole nuove e c’è chi lo governa, partendo da una base solida: competenza, metodo, responsabilità. Il vero spartiacque non è tra ufficio e remoto, non è tra presenza e distanza, è tra superficialità e professionalità. In un tempo in cui l’intelligenza artificiale promette velocità e la flessibilità viene spesso raccontata come libertà assoluta, la domanda resta una sola: siamo ancora diposti a sostenere il peso della responsabilità che il lavoro comporta?
La storia che raccontiamo oggi non è quella di una fuga all’estero, ma la storia di una scelta consapevole. Oltre vent’anni negli studi professionali italiani, poi il trasferimento in Spagna senza abbandonare il proprio mestiere, oggi lavora interamente da remoto per clienti italiani. Online è conosciuta come “La Ragioniera Cinica”, ma dietro l’ironia c’è una cultura del lavoro precisa: rigore, organizzazione, visione.
Ne abbiamo parlato con lei, Federica Colonna, per capire cosa significa davvero lavorare a distanza.
Dopo 23 anni come dipendente in studio, cosa l’ha spinta a cambiare?
«È stato voluto. È stato voluto». Non una rottura, non un gesto impulsivo ma una decisione maturata nel tempo. «Sono stata per 23 anni dipendente, nell’ultimo mio studio ci sono stata per 11 anni». Un percorso lungo, costruito dentro studi dove la contabilità non è mai solo registrazione di fatture e adempimenti ma tutela dell’equilibrio economico delle imprese, è accompagnamento alla crescita. Poi il trasferimento in Spagna. E una domanda chiave: cosa so fare davvero bene? «L’unica cosa che so fare davvero bene è la contabilità». Da lì l’apertura della partita IVA e il passaggio all’autonomia. Un cambio di forma, non di sostanza, perché competenza e responsabilità non si trasferiscono con un indirizzo.
Il lavoro contabile è compatibile con il remoto?
«Ho lavorato per sei mesi a casa tutto il tempo del Covid… senza nessun problema». La pandemia è stata il banco di prova. Processi digitalizzati, documenti condivisi, scadenze pianificate. «Basta una buona organizzazione dello studio, non c’è nessun problema». La tecnologia è un mezzo, il vero passaggio è culturale: smettere di misurare il lavoro in ore e iniziare a misurarlo in risultati.
Il lavoro da remoto è adatto a tutti?
La risposta è secca, «Il lavoro da remoto non è per tutti». Non è una scorciatoia, ne libertà senza disciplina, «Non è un modo per farsi i cavoli propri». L’autonomia amplifica tutto: capacità organizzativa, senso di responsabilità, gestione del tempo. Molti si avvicinano al lavoro autonomo attratti da narrazioni semplicistiche. «Sul web si trovano tanti… “fuffaroli”» ma la realtà è più esigente: competenza tecnica, affidabilità, continuità.
Oltre ai numeri: perché le vignette?
Il suo profilo social non è solo tecnico ma narrativo ed ironico. Le vignette che pubblica raccontano la quotidianità del professionista: il cliente che “ha visto un video su YouTube”, quello che “su ChatGPT ha già capito tutto…”, quello che pretende scorciatoie fiscali inesistenti. Le chiediamo perché ha scelto questo linguaggio. L’ironia è uno strumento, serve ad avvicinare una materia percepita come fredda e distante. Le vignette non banalizzano il lavoro, lo rendono umano, trasformando situazioni reali in racconto condiviso. È un modo per ricordare che dietro ogni bilancio c’è una relazione. E che la consulenza è anche educazione.
Come ha costruito il suo portafoglio clienti?
Il primo cliente è stato il suo ex datore di lavoro, poi il primo incarico “esterno” arriva quasi per caso: «Il primo cliente che io ho avuto è stato uno studio di Bronte… è arrivato da un post che avevo fatto su un gruppo Facebook». Poi LinkedIn. «La maggior parte sono arrivati da LinkedIn». Comunicare diventa parte della professione, raccontare casi concreti, spiegare concetti complessi e costruire fiducia nel tempo.
L’intelligenza artificiale cambierà il lavoro del ragioniere?
Parlando della registrazione delle fatture è molto chiara: «Io ci mettevo un giorno e mezzo per farle tutte, e adesso ci metto un’ora». L’AI accelera i processi ripetitivi, riduce i tempi, aumenta l’efficienza, ma non sostituisce il giudizio. Il rischio non è la tecnologia ma la perdita di competenza critica. Chi si limita all’esecuzione verrà superato, chi interpreta e consiglia resterà centrale.
Com’è il cliente “difficile”?
«Visto che io sono cliente, io pago, io mi aspetto che…», oppure: «Ho visto su YouTube…», o ancora: «Su ChatGPT ho chiesto che…» Ma la fiscalità non è un’opinione. «Tanto le tasse le devi pagare, non è che c’è un modo per non pagare le tasse». La consulenza è studio continuo, aggiornamento e responsabilità.
Cosa le ha insegnato vivere e lavorare tra Italia e Spagna?
Il confronto è costante, alcune rigidità italiane, viste da lontano, appaiono meno penalizzanti di quanto si creda e l’identità resta forte: «Sono orgogliosissima di essere italiana». L’Italia conserva una solidità professionale che troppo spesso viene raccontata solo nei suoi limiti. La storia di Federica Colonna non è la celebrazione del remoto ma la conferma di un principio più profondo: il lavoro può cambiare forma, ma non può perdere sostanza.
Questa intervista (e la chiacchierata che ne è scaturita) dimostra che anche le professioni più strutturate possono evolvere senza perdere rigore, a condizione che la flessibilità non diventi superficialità e che la tecnologia resti uno strumento, non un sostituto del pensiero.
Innovare non significa improvvisare, significa trasferire competenze consolidate in nuovi modelli organizzativi, mantenendo intatta la qualità. Ed è qui che si gioca la vera partita del lavoro che verrà.



