di Pietro Vivone & Filippo
Un sabato mattina come tanti, tra uno scaffale e l’altro del supermercato sotto, mio figlio si è fermato davanti al prezzo cambiato di quei biscotti che prendiamo sempre, e mi ha chiesto: “Papà, ma se la guerra è lontana, perché qui costa tutto di più?”
Mi sono fermato un istante, con la mano ancora sul carrello, è una domanda semplice solo in apparenza, dentro ci sono il mondo intero, i mercati globali, le paure collettive e la responsabilità concreta di chi ogni giorno fa impresa, assume persone, paga fornitori, cerca di guardare avanti. Questa domanda oltre a Filippo, se l’è posta ogni imprenditore italiano negli ultimi anni, guardando le bollette salire vertiginosamente, le forniture rallentare o bloccarsi, i margini assottigliarsi mese dopo mese, senza capire bene perché. Ho suggerito a Filippo di immaginare una lunga fila di persone che si passano un secchio d’acqua per spegnere un incendio, se anche una sola si ferma, o rallenta, o lascia cadere il secchio, l’acqua arriva in ritardo e tutto diventa più difficile anche per chi sta lontano dall’incendio e si sente al sicuro. “Cioè?” Gli ho spiegato che le imprese, per lavorare bene, hanno bisogno di tante cose che arrivano da lontano: energia, materie prime, componenti, trasporti, tecnologie. Questa rete di dipendenze si chiama catena del valore globale, e negli ultimi trent’anni si è allungata e intrecciata fino a diventare straordinariamente efficiente — ma anche straordinariamente fragile. Un conflitto in una regione innesca una reazione a catena che arriva fino agli scaffali di un supermercato italiano nel giro di settimane anzi giorni o addirittura ore. Sì, è esattamente così.
“E la politica che c’entra?” ha chiesto Filippo, con quella sequenza di domande incalzanti che mi ricorda certi colleghi particolarmente tenaci nelle riunioni. C’entra moltissimo, gli ho detto, forse più delle guerre stesse, le imprese hanno bisogno di certezze per funzionare, quando la situazione politica di un Paese diventa instabile quella certezza evapora e con essa anche la capacità delle imprese di pianificare, investire, assumere, crescere. Filippo ha ascoltato tutto questo e poi ha detto: “Fare impresa è come partire per un viaggio senza sapere se troverai pioggia, traffico o strada chiusa.” Ho sorriso ma poi ha aggiunto: “Però si parte lo stesso, no? Non si resta a casa solo perché non si sa com’è il tempo.” Questa, in fondo, è la natura dell’imprenditore: non aspettare la certezza assoluta che non arriva mai, ma partire comunque, con la testa sulle spalle “Allora che si fa?” ha chiesto Filippo. Bisogna razionalizzare, facendo ordine nel caos, distinguendo l’essenziale dal superfluo, usando meglio quello che si ha invece di disperdere energie in mille direzioni. “Razionalizzare vuol dire tagliare tutto?” ha chiesto Filippo, con una punta di preoccupazione nella voce. No, anzi questo è l’errore più comune, quello che porta molte imprese a prendere le decisioni sbagliate proprio nei momenti più delicati. Significa investire e spendere meglio, avere una visione chiara di ciò che è necessario e ciò che non lo è, di ciò che genera valore e ciò che semplicemente consuma risorse senza restituire nulla. Nessuna di queste azioni significa smettere di crescere. Al contrario: sono proprio queste azioni che permettono di crescere in modo sostenibile, anche quando il contesto esterno è avverso. “Come quando prepariamo la valigia,” ha detto Filippo, “e non ci mettiamo dentro tutto l’armadio.” Esatto. Siamo usciti dal supermercato con le buste in mano, Filippo camminava accanto a me, pensieroso, come se stesse ancora rimettendo a posto i pezzi di un puzzle nella sua testa. Poi si è girato e mi ha detto: “Papà, allora quando il mondo si complica, bisogna scegliere meglio.” Lo ho guardato e ho pensato che, ancora una volta, un bambino era riuscito a dire in tre parole quello che io avevo impiegato un’intera conversazione a spiegare e che forse quella semplicità, che va all’essenziale senza perdersi nel rumore, è la qualità più preziosa che un imprenditore possa coltivare in tempi incerti. Scegliere meglio, non scegliere meno nemmeno scegliere con paura. Scegliere con più lucidità, più consapevolezza, più attenzione a ciò che conta davvero. Oggi, per le imprese e per le famiglie italiane, questa è davvero una delle forme più alte di responsabilità.



