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SERBIA: sul filo del rasoio tra i “Brics” e l’UE

2026-01-28 15:24

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Diritto,

SERBIA: sul filo del rasoio tra i “Brics” e l’UE

Alessandra Maresca

Di Alessandra Maresca 

 

La Serbia, paese dei Balcani occidentali, ad oggi si trova al centro di una delicata scelta geopolitica, che vede da un lato il blocco occidentale dell’UE, guidato dagli Stati Uniti, e dall’altro i BRICS, organizzazione internazionale che riunisce le principali economie emergenti. La posizione di Belgrado attualmente risulta spaccata in due: secondo la visione delle potenze occidentali, l’ingresso nell’UE da parte della Serbia (che ha acquisito lo status di paese candidato nel 2009) andrebbe a sancire l’integrazione economica e politica dello stato, troppo debole e facilmente destabilizzabile. Per i paesi non allineati, la Serbia risulta essere uno stato sovrano ed indipendente, capace di non piegarsi alle pressioni esterne, mantenendo un’efficace linea politica di neutralità e terzietà, che si rivela essere un chiaro retaggio del Titoismo. Allo stato attuale, lo status di paese candidato UE, con conseguente domanda di adesione della Serbia risale al 2009, con l’avvio dei negoziati nel 2014. Questi ultimi hanno dato inizio a diverse riforme per allineare la legislazione e le politiche di Belgrado a quelle dell’UE, per attuare il cosiddetto “acquis communautaire”. La Serbia ulteriormente, deve soddisfare i “Criteri di Copenaghen”, che includono standard minimi in merito a diverse materie tra cui: 

  • istituzioni stabili in grado di garantire lo Stato di diritto e la democrazia; 
  • un’economia di mercato stabile capace di far fronte alla concorrenza e alle pressioni estere; 
  • la capacità di assumere e portare a termine gli obblighi comunitari. 

Tuttavia, il procedimento di adesione all’unione risulta essere complesso e stagnante, minato inoltre dalle stesse politiche estere serbe che si scontrano apertamente con quelle di Bruxelles. Un esempio emblematico del contrasto è il perdurante rifiuto di Belgrado di conformarsi alla politica comunitaria rispetto alle sanzioni imposte a Mosca dall’inizio della guerra in Ucraina. La stessa presidente della commissione europea, durante la sua tappa a Belgrado qualche giorno fa, ha voluto ricordare che “la Serbia ha scelto l’UE per desiderio del popolo” e di “raddoppiare gli sforzi”, rivolgendosi forse direttamente al presidente Vucic’, presidente della Repubblica Serba e presidente del Partito Progressista Serbo. Le parole della presidente Ursula von der Leyen hanno voluto rimarcare la necessità di Belgrado di uniformarsi, per mettere da parte enigmaticità e rafforzare i legami strategici, sollevando nuovamente una questione che sembra ricordare più una “verifica di affidabilità” che un semplice invito. Ad oggi ancora, un altro tallone d’Achille che compromette ulteriormente l’entrata della Serbia nell’Unione, è il riconoscimento della Repubblica del Kosovo. In seguito alle guerre Jugoslave, iniziate agli albori degli anni ’90, e che videro in maniera graduale il distaccamento di paesi da quella che era la precedente Jugoslavia, vi fu anche il conflitto armato kosovaro. Il Kosovo, regione dell’allora Jugoslavia, caratterizzato da una forte influenza musulmana e albanese, fu teatro di un conflitto armato durato dal 1998 al 1999, causato dalla volontà di indipendenza dello stesso. La guerra conclusasi nel giugno del 1999, vide vittorioso il Kosovo, tuttavia attualmente, il riconoscimento internazionale della Repubblica è una questione dibattuta a livello globale, con diversi attori che ne contestano tutt’oggi l’indipendenza, tra cui in primis, la stessa Serbia. Su 193 stati membri dell’ONU, sono 89 i quali ad oggi non riconoscono formalmente il Kosovo, tra cui: Spagna, Cina, Russia, Romania, Grecia e India. Posteriormente alla dichiarazione d’indipendenza del Kosovo, avvenuta nel febbraio del 2008, molti paesi invece hanno adottato una posizione diplomatica ufficiale, riconoscendo la Repubblica. All’interno dell’Unione Europea sono 22 gli stati (su 27) che hanno adottato tale linea politica internazionale, tra cui anche l’Italia. Allo stato attuale, le relazioni e il dialogo tra Belgrado e Pristina continuano, con diverse fasi di stallo dovute alle resistenze messe in atto da entrambi i paesi. Ciò nonostante, una risoluzione definitiva e una stabilizzazione dei rapporti con il Kosovo, rappresenta una “condicio sine qua non” imprescindibile per l’adesione serba all’UE. In questo scenario politico tutt’altro che favorevole, appare molto più allettante l’invito di prendere parte all’organizzazione economica BRICS. I BRICS sono un’alleanza di stati, i quali rappresentano le economie emergenti globali delle ultime decadi, e che hanno voluto apertamente sfidare il blocco occidentale, incarnando il 25% del PIL mondiale. Il nome dell’organizzazione deriva dalle iniziali dei paesi che hanno fondato la coalizione: Brasile, Russia, India, Cina e successivamente Sud Africa. La Serbia non fa parte dell’intesa dei BRICS, è spesso però citata nel dibattito pubblico come contrappeso all’adesione all’UE. In più incontri internazionali tra cui “BRICS - la Serbia tra amici” e “BRICS + realtà globale”, l’organizzazione ha più volte esortato la Serbia a perseguire i propri interessi economici in collaborazione con l’intesa, suggerendo implicitamente di accantonare il progetto UE. La principale argomentazione addotta a sostegno di tale posizione è stata che la Serbia, in questo modo, avrebbe preservato integralmente la propria sovranità nazionale, evitando di trasferirne una fetta significativa alle istituzioni di Bruxelles. L’iniziativa BRICS potrebbe offrire opportunità concrete di attrazione di investimenti esteri e cooperazione economica a livello mondiale, e rafforzare conseguentemente le sue relazioni con i suddetti paesi emergenti, ormai importanti attori nel panorama internazionale, soprattutto nel campo tecnologico e informatico. C’è da dire tuttavia, che tale proposta potrebbe celare in realtà maggiormente una voglia di supremazia, volte ad attaccare indirettamente il blocco occidentale, più che un desiderio genuino di una coalizione economica. Inoltre ad oggi, il processo di istituzionalizzazione dei BRICS risulta lungo e complesso, con pochi progressi in questa direzione, facendolo apparire più come un “forum globale” senza una struttura formale, che come una salda istituzione nello scenario internazionale. Volendosi soffermare invece sui dati statistici, bisogna sottolineare come in realtà l’alleanza dei BRICS comporterebbe un commercio poco proficuo per la nazione, enfatizzando la preponderante unilateralità che sussiste nell’ambito delle importazioni, soprattutto con Russia e Cina. La cooperazione con l’UE da questo punto di vista appare molto più redditizia, costituendo circa il 65% degli scambi commerciali del paese. Ad oggi le esportazioni verso i paesi membri UE sono quasi parificate con il numero di importazioni dagli stessi, suggerendo inoltre in futuro uno sbilanciamento a favore della Serbia. La Serbia è quindi ad un bivio: scegliere se avvicinarsi ai BRICS o rafforzare i legami con l’UE. Ma il quadro politico presentato si complica ulteriormente se si vuole mettere a fuoco la situazione interna attuale, caratterizzata da una profonda crisi sociale che da mesi sta interessando la Serbia. Le mobilitazioni sociali sono iniziate lo scorso novembre, dopo il crollo di una tettoia all’ingresso di una stazione ferroviaria a Novi Sad, seconda città serba. Nell’incidente hanno perso la vita quindici persone e tre sono rimaste ferite, smuovendo l’opinione pubblica. Da allora, migliaia di studenti manifestano nelle strade di Belgrado, Novi Sad e Nis, esprimendo la loro scetticità nei confonti delle istituzioni, chiedendo giustizia e maggiore trasparenza con lo slogan “un crimine, non un incidente”. La questione della irregolarità, pur essendo alquanto dibattuta, resta un problema ricorrente del sistema serbo, e i manifestanti chiedono più trasparenza e accountability, tramite la petizione di processi decisionali e di sviluppo più inclusivi. La situazione resta instabile ma con margini di miglioramento. Un’altra ragione alla base di queste proteste è l’atteggiamento politicamente contraddittorio dello stesso Vucic’, che da anni fa trasparire intenzioni contrastanti, seguendo una linea di governo volta a mantenere un clima di imparzialità, più che di schieramento. Episodio lampante è stata la presenza di quest’ultimo a Mosca, durante le celebrazioni in occasione degli 80 anni dalla vittoria del nazi-fascismo, visto sfilare accanto allo stesso Vladimir Putin. Questa mossa è stata vista in chiave estremamente sfavorevole dalle istituzioni di Bruxelles, che di fatto hanno rallentato i negoziati di adesione. In questo contesto, si può comprendere che la Serbia si trovi a un punto di scelta, con molteplici fattori, politici ed economici, che influenzano le possibili conclusioni e risvolti futuri. Ad oggi, non è chiara quale sarà la strada che deciderà di intraprendere la Serbia, e per quale attore internazionale propenderà in futuro, andandone a rafforzare i legami strategici: BRICS o UE. È importante però, che il paese trovi un modo per affrontare questa decisione e queste sfide, andando a garantire ai suoi cittadini, un futuro prospero e stabile.