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È UN PAESE PER IMPRESE GIOVANI? ThirtyOne compie 10 anni. Una storia tra l’arte di immaginare e quella di c

2026-01-28 11:34

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Intervista, lavoro, Imprese,

È UN PAESE PER IMPRESE GIOVANI? ThirtyOne compie 10 anni. Una storia tra l’arte di immaginare e quella di costruire

Enrica Belli

Di Enrica Belli 

 

Nel design, come nell’impresa, l’inizio è sempre un atto di visione. Si parte da un’ intuizione, da una forma ancora invisibile. E le si dà corpo, grazie a un metodo. È in questo spazio continuo e ampio di sperimentazione — dove l’immaginazione incontra la struttura — che è nato e cresciuto Thirtyone, studio romano di design e progettazione architettonica fondato dalla calabrese Claudia Campone dieci anni fa, quando aveva - non a caso - trentuno anni. “Le difficoltà c’erano – ricorda - ma l’entusiasmo le copriva. Lasciavo un lavoro stabile per costruire qualcosa di mio. La difficoltà è stata affrontare tutto quello che, lavorando nel mondo corporate, si tende a dare per scontato: un addetto IT, un ufficio legale interno, un’amministrazione che gestisca la burocrazia. Improvvisamente devi barcamenarti su più fronti e imparare, spesso sbagliando, ma imparare sempre”. 

 

Fare impresa in Italia resta quindi un percorso difficile, gravato da un sistema di regole pesante…

“Un approccio integrato tra commercialisti, notai, consulenti del lavoro, aiuterebbe. Ricordo nei primi anni quella sensazione tipica delle cacce al tesoro pensate male: quella frustrazione ad ogni indizio in cui hai la percezione di essere arrivata, ma in realtà scopri che ci sono altri pezzi che ti mancano, senza capire troppo bene dove andarli a cercare. Quando cominci, oltre che curarti dei clienti da intercettare e dei progetti da pensare, nessuno è lì a indicati la traiettoria dei diversi professionisti da coinvolgere per strutturarti e crescere. Ogni tema, dall’assunzione di una nuova persona al contratto di affitto del nuovo ufficio, chiama in campo almeno due professionalità che però non interagiscono tra loro. Fare impresa è difficile perché non sappiamo fare squadra: continuiamo a spezzettarci in mille specialità ridondanti, senza visione comune. Quando realizziamo un progetto, invece, e abbiamo la visione comune di cosa stiamo realizzando, noi progettisti ci mettiamo al tavolo con tutte le figure, in una dialettica di scambio e miglioramento, e definiamo insieme la direzione e il traguardo. Calvino diceva, nel capitolo rimasto in bozze delle Lezioni Americane: “l’inizio è il luogo letterario per eccellenza perché il mondo di fuori per definizione è continuo, non ha limiti visibili”, e questa grande intuizione in merito alla scrittura di un libro penso si applichi perfettamente anche all’incipit di un’avventura imprenditoriale. Definire con accuratezza un punto di partenza che ti lasci intravedere già la destinazione”. 

 

Lei ha un’identità forte, una cifra di espressione personale, definita. Come si concilia questo col dover costruire negozi di singoli brand, che a loro volta hanno un’identità e una storia da comunicare? 

“Su questo punto insisto spesso quando incontro un nuovo cliente. Mi ritrovo, cioè, a raccontare la nostra metodologia della progettazione collaborativa. Questa scelta fa parte del nostro manifesto in Thirtyone, cioè di quelle scelte che fin dall’inizio mi sono sembrate efficaci e al contempo visionarie. In primis, quello che noi chiamiamo “sharing design”, condividere il progetto, supera l’idea dell’archi-star che nel passato si è consolidata, di una figura solitaria che pensa e impone la propria visione. Invece si lavora in squadra, si chiede aiuto e ci si confronta costantemente con il committente, il fruitore, chiunque abbia modo di interagire con il progetto, che si tratti di un oggetto o di uno spazio. Questo metodo, se guardiamo alla estrema semplificazione comunicativa che la nostra epoca impone, può diventare un boomerang: l’identità di Thirtyone non è così ripetitiva, così urlata, così semplificata, appunto. Ma è un processo, è intangibile come molte esperienze complesse lo sono”. 

 

Nei progetti di Thirtyone si legge anche una forte ricerca sui materiali e sui materiali naturali. E’ una scelta di carattere estetico o ambientale? 

“Entrambe le cose. L’estetica contemporanea con cui dobbiamo necessariamente cimentarci è un’estetica, per fortuna, sostenibile. La ricerca che portiamo avanti la abbiamo sintetizzata nel nostro nuovo sito che racconta una visione più ampia della parola sostenibilità, una visione che ci lega soprattutto ai territori, alle produzioni artigiane e a quei micro-distretti che fanno fatica ad emergere. E poi il nostro sguardo è costantemente puntato alla sostenibilità sociale oltre che ambientale: favoriamo fornitori che abbiano i dipendenti in regola oltre che gestiscano il ciclo di vita della propria produzione, e diffidiamo di aziende che promettono produzioni lampo con altissimi costi energetici, e umani”.

 

Il suo è un team molto giovane, per lo più al femminile. Anche qui, la domanda: è una scelta, un messaggio? 

“Non è nata come una scelta, come molte cose in Thirtyone, a parte il nome, il nostro motto: fatto trenta, facciamo trentuno. E su questa costante idea di slancio, aver iniziato ad assumere donne è diventato poi quello sforzo ulteriore, quel messaggio di sfida ad un mondo (quasi) totalmente maschile in cui operiamo. Vero è che il confronto con le generazioni più giovani e il costante sforzo di formazione che questa scelta richiede, mi mette sempre davanti a tante domande rispetto ai percorsi universitari, ai programmi obsoleti e lontanti non solo dal mercato del lavoro, ma ormai dalla realtà, dovendo poi compensare in quei primi anni di apprendistato su cui, ancora, la normativa non ci viene tanto incontro”.

 

Lavorate spesso in contesti internazionali. Il design italiano è ancora competitivo all’estero, ha una fama e un valore riconosciuto, riconoscibile? 

“Certo che sì. Dovremmo però migliorare la nostra capacità di sentirciinternazionali, scrollarci di dosso la fatica che ancora i nostri laureati fanno nel parlare l’inglese e la visione provinciale secondo cui, senza soluzione di continuità e senza alcuno sforzo d’innovazione, il design italiano rimarrà rilevante ancorato all’approccio del passato. I maestri che hanno fatto la fortuna del design italiano erano grandi innovatori e sperimentatori, sostenuti dalle aziende e dai distretti industriali, oggi ci chiedono come progettisti di assecondare, rassicurare, o al massimo, ri-editare vecchi bozzetti: tutte azioni che, a occhio, non mi suggeriscono il salto dell’innovazione. Attenzione, voglio puntualizzare che innovare per me non significa adagiarsi sulla IA o nel brodo tecnologico in cui siamo già immersi; significa allenare il pensiero laterale, l’immaginazione individuale, la memoria personale, tutto quello che, nella variegata e splendida Penisola, troviamo facilmente ma tendiamo a lasciare inesplorato”.

 

In chiusura, torniamo al punto di partenza.. Dieci anni di impresa. Un desiderio per il futuro? 

“Due desideri, perché solo uno? Che a Roma si riesca a fare squadra tra i vari interlocutori del Design in un tavolo di confronto costante tra città, progettisti, accademia e comunicatori. Ci stiamo lavorando, ma dobbiamo superare quella tendenza alla frammentazione che sbriciola la Capitale, da sempre: ci serve, e anche di corsa, perché sono anni preziosissimi in cui si può finalmente ripensare la città e il modo in cui la si abita. E poi che passi una legge che introduca una materia obbligatoria sin dalle scuole primarie: educazione all’immaginazione, ore in cui si leggono libri senza figure, si ascoltano voci senza supporto video, ad occhi chiusi, solo allenando la nostra corteccia a immagazzinare e rielaborare immagini tutte originali, si studia la geometria delle forme e non delle formule. Si può?”. 

Si deve!