di Andrea Striano - Responsabile Dipartimento Imprese & Mondi Produttivi – Fratelli d’Italia, Caserta
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L’industria automobilistica europea si trova in una fase in cui la distanza tra obiettivi politici e condizioni reali dei mercati non può più essere ignorata. La presentazione del non paper da parte di sette Stati membri – compresa l’Italia – ha riportato al centro un tema che gli operatori conoscono bene: la competitività del settore dipende da un quadro regolatorio stabile, da energia a prezzi sostenibili e da una transizione che valorizzi tutte le tecnologie capaci di ridurre le emissioni.
Il comparto dell’auto resta uno degli asset industriali più rilevanti del continente: oltre tredici milioni di lavoratori, una filiera distribuita nei distretti produttivi europei, un peso decisivo nella ricerca e sviluppo. È un ecosistema che ha retto a shock economici, trasformazioni tecnologiche e mutamenti della domanda globale. Ma oggi si confronta con un rischio concreto: che velocità e modalità della transizione possano generare un indebolimento strutturale, soprattutto per la componentistica.
Il non paper insiste su un punto tanto semplice quanto cruciale: la transizione deve essere praticabile. Gli obiettivi ambientali non sono in discussione, ma la loro attuazione richiede coerenza con i tempi industriali, con gli investimenti programmati e con la capacità di assorbimento dei mercati. La richiesta delle imprese è chiara: stabilità normativa, certezza delle condizioni quadro e neutralità tecnologica. Senza questi elementi, anche i modelli più avanzati rischiano di essere penalizzati.
In questo contesto si inseriscono le discussioni in corso sulle soglie emissive e sui meccanismi sanzionatori previsti dal regolamento europeo. Le norme attualmente in vigore per il periodo 2025–2030 restano formalmente operative, ma sono oggetto di confronto tra Stati membri, Commissione e industria per verificarne la coerenza con l’evoluzione dei mercati e con gli investimenti già avviati. È un dibattito aperto, ed è proprio la sua evoluzione a rendere evidente la necessità di un approccio più pragmatico. L’obiettivo non è allentare i traguardi climatici, ma evitare distorsioni che possano impattare in modo sproporzionato su PMI, occupazione e interi distretti industriali.
Il principio della neutralità tecnologica, in questo quadro, non rappresenta un’eccezione ma un elemento di politica industriale moderna. Ridurre il campo delle tecnologie ammissibili potrebbe limitare la capacità europea di competere in un contesto in cui Stati Uniti e Cina stanno investendo su una pluralità di soluzioni: elettrico, ibrido, biocarburanti avanzati, e-fuels, idrogeno. Tutto ciò che riduce le emissioni deve essere considerato parte del percorso, soprattutto se consente di mantenere produzione, ricerca e occupazione all’interno dei confini europei.
La vera posta in gioco, del resto, non riguarda solo la mobilità del futuro, ma la sovranità industriale del continente. L’Europa dispone ancora di un sistema automobilistico integrato, tecnologicamente avanzato e capace di guidare l’innovazione globale. Ma conservare questa posizione richiede un allineamento tra politica e industria, evitando che la normativa diventi un fattore di frizione invece che un motore di competitività .
Le imprese non chiedono eccezioni. Chiedono una rotta chiara. La transizione è un obiettivo strategico, ma va gestita con strumenti che permettano alla filiera di continuare a innovare, produrre e competere. La capacità europea di guidare la trasformazione dell’automotive dipenderà dalla volontà politica di conciliare ambizione climatica e realismo industriale.
L’Europa ha tutto per guidare la transizione. Deve solo evitare di mettersi da sola in condizione di subirla.



